Cathedral – The Last Spire

Ricordo ancora quando, poco meno di dieci anni fa, i finlandesi Sentenced annunciarono che a “The Funeral Album” sarebbe seguito il loro scioglimento. Ascoltai le note di quel disco sapendo che sarebbero state le ultime (live celebrativi a parte) e, alla fine, nel mio cuore di ascoltatore si unirono un senso di vuoto per la perdita subita e, al contempo, una soddisfazione mai provata prima, conscio di aver ascoltato l’epitaffio di un gruppo che aveva espresso tutto ciò che poteva lasciare ai propri fans in quell’ultima agognata opera.

Con i Cathedral il discorso si ripresenta in modo identico. “The Last Spire“, il nuovo album della band, segna la fine della loro carriera, peraltro lasciando in me il rimpianto di non esser riuscito a vederli live nemmeno una volta. Una perdita davvero pesante, quella della band di Lee Dorrian, da più di vent’anni maestri del doom metal, capaci di realizzare sempre dischi di pregevolissima fattura con un sapiente gusto per la varietà stilistica e senza paura di usare la fantasia. Difficile trovare un album mediocre nel lungo percorso compiuto dai Cathedral, partiti dal doom asfissiante del seminale “Forest of Equilibrium”, per poi scoprire la bellezza degli anni Settanta, della psichedelia e dell’hard rock, con saltuari e graditi tuffi nel passato primordiale e senza compromessi (vedi “Endtyme” del 2001).

“The Last Spire” rappresenta, pertanto, il vero e proprio testamento musicale di Lee Dorrian e compagni. Non si tratta, tuttavia, né di un lavoro compilativo che pesca, sotto forma di nuove tracce, influenze dai periodi più diversi della band, né tantomeno un autoreferenziale e nostalgico tributo a se stessi. “The Last Spire” è il solenne monumento di ciò che sono i Cathedral nel 2013, con lo sguardo rivolto all’oggi, consci di quanto realizzato ieri, e sapendo che non ci sarà un domani. Le atmosfere sono oscure, angoscianti, degne di quel capolavoro che fu “Forest of Equilibrium”, sin dall’intro Entrance to Hell, un brano malvagio e cupo, nel quale il gracchiare di corvi e i rintocchi di campane fanno da sfondo a una voce inquietante che accoglie l’ascoltatore. Da lì in poi, un mare di riff monolitici e pesanti, che ci ricordano, se fosse ancora necessario, perché i Cathedral sono (stati) i maestri del doom metal. Messe da parte le influenze folk e psichedeliche, che faranno capolino nelle ultime due tracce del disco (gli inserti di Hammond e violino di An Observation e il breve break centrale di This Body, Thy Tomb), Lee Dorrian e soci si concentrano a offrire ciò che sanno fare meglio: doom apocalittico e letale della miglior specie. Sembra di essere catapultati nei primi dischi della band, ma è solo un’impressione fugace. Non c’è intento revivalistico in “The Last Spire”, manca la voglia di idolatrare il passato. C’è, invece, tutta la forza di un presente roccioso, che riprende con intelligenza e forza il seme primigenio delle origini per creare un album magnifico e perfetto. Tutto gira a meraviglia, come il motore ben oliato della macchina dei sogni: dai riff di un Gaz Jennings, che ha ancora tanto da insegnare, a una sezione ritmica quadrata e possente, passando per la prova vocale del mastro cerimoniere Lee Dorrian, sempre più IL doom personificato.

E quando cala il sipario e le ultime note della conclusiva This Body, Thy Tomb si sono ormai consumate, appare sempre più evidente la grandezza dei Cathedral e del loro percorso musicale. Un cammino di cui è difficile dover parlare al passato, per quanto d’ora in poi dovremo farci l’abitudine. Spiace perdere una band così capace. In fondo, però, il coraggio e la coerenza di chiudere la baracca sul più bello e al massimo delle proprie potenzialità sono da preferire all’arenarsi stantio e ripetitivo di quelle cariatidi del metal che continuano a riproporre la stessa solfa senza aver più un briciolo di qualità e onestà intellettuale.

Resteranno, a ricordo per i posteri, gli album di una band sensazionale che all’accanimento discografico ha preferito l’eutanasia di “The Last Spire”. E, per i Cathedral, morte più “dolce” non poteva esserci.

Livio Ghilardi

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