Fast Animals and Slow Kids – Hýbris

Fast Animals and Slow Kids - Hýbris

Fast Animals and Slow Kids - HýbrisDietro “Hýbris” potrebbe esserci un segno dei tempi, dei cambiamenti. Personali e non. La formica gigante che si rende protagonista di un paesaggio al quale è già stato dato fuoco, con tanto di rotaie vicino cui attendere il passaggio di qualche locomotiva imbizzarrita, sembra essere il pretesto per un presagio, fatto di occasioni strane che vanno oltre i “Cavalli” che, tra zoccoli e nitriti, si erano fatti strada una volta sopraggiunta la fine del 2011, con la complicità di Andrea Appino alla produzione. Sono cose che, a Perugia, i Fast Animals and Slow Kids le conoscono bene, indubbiamente. Soprattutto perché “Hýbris” rappresenta il sopraggiungimento di un segnale che evidenzia come sia possibile presentarsi con ancora più grinta di prima, dopo quel bell’album d’esordio.

Ritrovarsi già in dirittura di partenza a compiere passi da gigante che danno un quadro di una band in continua crescita, con un repertorio intriso di rock tiratissimo, scatenato e arrabbiato, ma anche con un secco e deciso fare punk. E, là dove diversi brani assumono immediatamente lo status d’ipotetici classici, si passa da una maggiore corposità affidata alla struttura degli stessi, di cui Maria Antonietta è il giusto esempio, all’urlo di Aimone Romizi che risucchia tutto come un uragano, senza risparmiare niente e nessuno, in Canzone per un abete, parte II. Ma c’è spazio anche per l’intenso drumming (dietro di cui si cela anche Davide Zolli dei Mojomatics, uno dei tanti musicisti di supporto) di Troia, inni scanzonati (Calce), se non addirittura generazionali, quali l’opener Un pasto al giorno (di cui Fammi domande è l’ideale continuazione) e il brano di lancio A cosa ci serve, petardi istantanei che non esitano a esplodere a corto raggio, come per il riff hard di Dove sei e la più grezza Farse, l’introduzione di trombe e tromboni che divengono tutt’uno con lo spirito del disco e di violini dal disperato incedere (e dove c’è Nicola Manzan non può mancare cotanta sensazione), come nella catarsi di Treno. E, in tutto questo, poco conta se l’unico momento di minore rilievo sia una comunque valida Combattere per l’incertezza.

“Hýbris” è una festa e un continuo countdown di preparazione per l’imminente perturbazione, un ballo di gruppo e un esercizio di serietà, trascinamento, ira e collera. In poche parole: un disco da non perdere assolutamente, di cui non saranno solo i quattro perugini a beneficiarne, ma anche gli ascoltatori
stessi.

Gustavo Tagliaferri

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