Una strana metamorfosi: intervista ai Piano for Airport

piano for airport

Più volte annunciati, più volte posticipati, ma alla fine, in quel di Heroes, e quindi di Le Mura, arrivati. Un nucleo composto principalmente da tre ragazzi, partiti con vibrazioni tipiche del rock più tirato e poi entrati in un universo dove le contaminazioni con l’elettronica non sono venute meno, anzi, hanno apportato solo una felicissima evoluzione stilistica, attraverso un processo che da “Another Sunday On Saturn” porta all’EP “EYHO“. Questi sono i Piano for Airport, così italiani eppure così anomali, portatori di un sound la cui graduale crescita è solo da ammirare. Anomalia a cui non vengono meno i quesiti da porre, le cui risposte vengono proprio da parte dei componenti stessi!

Un nome inusuale, e anche un po’ bizzarro, quello che raggruppa personalità come le vostre. Da cosa è scaturita la decisione di usare il monicker Piano for Airport?

Diciamo che è stato lui a scegliere noi. Avevamo iniziato a suonare da qualche mese e non avevamo trovato nessun nome che fosse concorde tanto con la musica suonata che con un’immagine da voler comunicare. Un giorno, durante le prove, stavamo lavorando su alcuni suoni di piano e uno fra questi si chiamava “Piano for Airports”. Ci ha messo subito tutti d’accordo, conteneva anche un rimando al disco di Brian Eno, un musicista sperimentatore e illuminato. Abbiamo solamente avuto l’accortezza di togliere una “s” finale.

Il rock e l’elettronica sono sicuramente i due elementi cardine di riferimento a quello che è il percorso che avete deciso di intraprendere, ora più che mai, con “EYHO”. Ma ascoltando un brano come la quasi-titletrack, ho avvertito delle influenze di carattere wave. Anche voi avete provato queste sensazioni nella composizione di un brano del genere?

Durante la composizione di questo EP abbiamo voluto far convergere diverse “nature” che ci ispirano costantemente. “In Eat Your Heart Out” – il cui acronimo è diventato il nome del disco – c’è qualcosa che non solo viene dalla wave ma anche dal rock più diretto. È un pezzo che voleva proprio avere il senso che tu hai colto.

Per tutta la durata dell’E.P. appare evidente una certa sinergia tra i tanti generi a cui vi rifate, giungendo a una sintesi propria, tipica del vostro sound. Penso al rapporto chitarre-effettistica, attraverso cui vengono particolarmente in evidenza i passaggi dai toni dance in I’ve Just Killed Thom Yorke a quelli spaziali di “Farewell”. Neanche foste una versione più cupa dei primi Orbital!

Non siamo un gruppo che intende tributare un genere, uno stile o un decennio in particolare. Fare musica per noi significa prendere tutto quello che ci circonda, che ci influenza, che ci cambia l’umore – tra cui anche i diversi generi che ascoltiamo e li digeriamo per tirare fuori qualcosa che possa essere in grado di soddisfare il nostro bisogno di comunicare. Non abbiamo mai lavorato dicendo: “Facciamo un disco wave, un disco dance o un disco più canonicamente rock’n’roll“. I vari stili che escono dai nostri pezzi non sono altro che i diversi oggetti che compongono una fotografia. Vanno visti in maniera sinottica e quello che conta per noi è la sensazione comunicata dall’interezza del lavoro.

La scelta delle vostre copertine sembra fare richiamo a un leggero sapore grottesco. In precedenza il passante dalla testa abnorme che si fa strada nella prospettiva di un ipotetico Saturno (per “Another Sunday On Saturn”), adesso degli umani con la testa d’insetto, neanche fossero due improbabili figli modello di una famiglia fanta-horror. Vago richiamo a David Cronenberg?

É un fil rouge che lega tutte le nostre copertine. Ci ispiriamo molto a un’estetica tipicamente distopica come quella dei film di Cronemberg oppure quella dei romanzi di Ballard, Huxley o Orwell.

È recente la vostra entrata nel roster della Bomba Dischi di Davide Caucci, label già nota per aver stampato il secondo album dei Sadside Project, “Winter Whales War”, e di recente “Goldfoil”, esordio solista di Adriano Viterbini, chitarrista e cantante dei Bud Spencer Blues Explosion. Com’è nato l’incontro con Davide e cosa vi ha portato a una collaborazione come questa?

Con Davide ci siamo conosciuti durante una serata alla Locanda Atlantide di alcuni anni fa. Lui ci ha apprezzati e ha iniziato a proporci qualche serata. Una volta fondata la Bomba Dischi ci ha chiesto di entrare nel suo rooster e per noi è stato un piacere enorme. Questa collaborazione ci ha dato la possibilità di rendere la nostra attività molto più costante e produttiva, ci ha permesso di suonare su palchi sempre più stimolanti. È un progetto validissimo e siamo in compagnia di altri musicisti davvero notevoli come Adriano Viterbini o i neo-assunti Departure Avenue.

Se non aveste scelto Thom Yorke come vostro obiettivo da fare fuori, per quale altro musicista contemporaneo avreste optato?

L’uccisione di Thom Yorke rappresentava per noi un sacrificio artistico necessario in questo preciso momento, come Giove o Edipo che uccidono i padri per prenderne il posto. Ovviamente non pensiamo lontanamente di prendere il posto di Thom Yorke, ma se non lo facevamo fuori avrebbe continuato a bloccarci la crescita. Alla luce di questo, l’obiettivo ci è stato chiaro fin dall’inizio, e gli altri possono continuare a dormire sonni tranquilli.

Gustavo Tagliaferri

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