Palms – s/t

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palmsLasci momentaneamente alle spalle un po’ di te prendendo seriamente in considerazione l’idea di partire per un viaggio, magari di breve, magari di media durata. Sì, malgrado questo momentaneo freddo, è pur sempre vero che l’estate è alle porte, giorno dopo giorno, e la primavera arriva al punto di salutare con la manina, tra una pioggia e l’altra. Un discorso non tanto diverso per quel che riguarda la propria musica. Se sei Chino Moreno, canti nei Deftones e non c’è stata una volta una in cui sei caduto in tristissimi stereotipi da buttare in qualche remota discarica, e un giorno incontri Bryant Clifford Meyer, Jeff Caxide e Aaron Harris, rispettivamente chitarra, basso e batteria degli Isis, potrebbe suonare strano immaginare i relativi effetti, viste le proprie differenti scelte. Ma, in fondo, non c’è nulla di male a provarci, a condividere una nuova esperienza, non certo solo per vedere l’effetto che fa. Può essere sempre un bello spunto per ulteriori operazioni future.

E così nasce “Palms“. Un nome che non è casuale. Palme, sotto le quali si confondono nuovi giorni e nuove notti, mentre le onde di un mare caldo scorrono tra un riff e l’altro, lungo le sei tappe di un cammino in cui, se si dovesse fare un livellaggio delle rispettive carriere, c’è meno Isis e più Deftones. Ma in questo periodo di tre mesi non mancano di certo le sorprese. Se l’alba di Shortwave Radio porta con sé sbalzi d’amore, d’umore, pulsioni e sintomi tanto forti da ripetersi in un continuo climax, il tramonto di Mission Sunset assume la forma di una ripetuta scarica elettrica che invade piacevolmente le membra dei più per dieci minuti. Così come Future Warrior, che appare dominata da una sensazione d’intimità, e Patagonia, un’ipotetica parte seconda di quella Minerva già nota ai più, e riconducibile a una brezza che soffia ininterrottamente sulla fronte di un Moreno ammaliato, affascinato, posseduto tanto dalla linea di basso di Caxide quanto dall’incedere malinconico della chitarra di Meyer. Ma il mondo dei Palms è fatto anche di accenni di elettronica, quelli della romantica Tropics, ideale ballata dell’album, che si concretizzano nella metamorfosi triphoppeggiante, con richiami ai 10cc (!), di Antarctic Handshake, il cui deciso finale ha un che di apocalittico, grazie anche al drumming di Harris.

I passi da compiere per entrare nel cuore di quest’opera vanno valutati con attenzione, ma anche prendendosela comoda. È uno sguardo da dare a una stagione che, lentamente, avanza, e che viene felicemente ritrattata da quattro musicisti che non hanno sbagliato neanche minimamente lo svolgimento di questo compito. Esperimento riuscitissimo, ragazzi.

Gustavo Tagliaferri

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