Orchid – The Mouth of Madness

Non possiamo dire che gli Orchid siano nati nel decennio sbagliato, nonostante sembrino usciti dal miglior periodo settantiano di una delle più note band della storia: i Black Sabbath.

Molto probabilmente, se gli Orchid fossero esplosi negli anni ’70, avrebbero ricalcato lo stile di Chuck Berry, risultando degli ottimi imitatori di una tradizione classica ma un po’ anacronistica anche al tempo di “Paranoid”. Difatti, questi giovani devoti sabbathiani, non sembrano tarati per essere moderni e attuali e, molto probabilmente, non lo sarebbero stati neanche quarant’anni or sono.

Che il quartetto americano fosse influenzato da Ozzy & Co. si capiva sin dal nome del gruppo, ricalcante uno dei più noti interludi dei Sabbath. La stessa copertina ricorda vagamente quella di “Master of Reality”, lasciando presagire un’immagine indissolubilmente legata a un passato glorioso, ma già vissuto.

Nel complesso ci troviamo di fronte ad un disco onesto ma non particolarmente originale, se non per una componente hard & heavy che richiama i Mountain, ma godibile, nonostante l’assenza del vero Leslie West ci faccia soffrire.

Tutto sommato la band di San Francisco ha un’ottima tecnica e dei testi di tutto rispetto, per quanto bisogna sottolineare come molti di questi siano intimamente connessi alla discografia dei signori di Birmingham e quindi centrati sulla guerra, il futuro, la follia. La traccia vocale è decisamente apprezzabile, potente e graffiata, ma sottostimata a causa dell’impellente bisogno di Theo Mindell di imitare la voce deviante, sognante e allucinata del giovane Ozzy. Le linee di basso di Keith Nickel sono Geezer Butler dipendenti, così come le chitarre di Mark Thomas Baker, più vicine al plagio che al tributo.

Difatti ciò che rende stantio l’album è l’inquietante ossessione per ciò che è stato, attitudine che spinge la band all’odiosa pratica di ricalcare quasi completamente dei brani storici. Ne è un esempio Silent One, scritta sulla falsa riga di Into the Void. Dalla gioventù ci aspettiamo qualche guizzo in più, quel quid in grado di far evolvere l’imitatore in un continuatore. Vista la buona qualità tecnica di questi ragazzi, rimaniamo in fervente attesa di nuove idee in grado di solleticare il nostro interesse.

Adrian Nadir Petrachi

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