Il Fratello – s/t

Una notte “nero cristallo” illuminata dalla luna piena. E da qualche timida stella disseminata qua e là sul manto celeste. Nessuna luce artificiale. Siamo ai margini di qualsiasi agglomerato urbano. A voi la scelta del sottofondo: il rumore delle onde marine che muoiono sulla spiaggia o il vento che sibila nei prati collinari. Ecco, a questo paragonerei l’omonimo album di debutto de Il Fratello, al secolo Andrea Romano da Siracusa, già membro degli Albanopower con Lorenzo Urciullo (non ancora) Colapesce.

Un disco bello, come bello potrebbe essere per l’ascoltatore il paesaggio sopra descritto. Ma per niente consolatorio. Dalle tinte umbratili, come preannunciano i colori della copertina, uno sfondo grigio-verde spento su cui si staglia il profilo di Romano proteso a ricevere, occhi chiusi, un – si spera – confortante raggio di luce. Sono i toni malinconici a dominare. Come quando con la mente si torna indietro al 1983, anno in cui un bacio fece fermare il tempo (Il rumore che la luna fa) oppure quando invano si cerca di convincere l’amata dell’appartenenza a due mondi simili (Cos’ha che il mio mondo non ha). O ancora quando, in un rapporto sull’orlo del logorio, si ammette che “È vero che per te non faccio ormai nulla/ a parte offrendoti/ il mio vino senza tempoÈ vero che per te). Sono quegli stessi toni malinconici, e un senso d’inadeguatezza esistenziale, a caratterizzare Nei ricordi di mio padre, demo del 2004 recuperata per l’occasione e cantata da Mauro Ermanno Govanardi (“Ti guardo e non capisco/ se mi accorgo che/ non posso fare niente per sembrare come te/ che sembrare come te”).

Oltre all’ex La Crus, il disco è arricchito della partecipazione di Colapesce che presta la sua voce nel brano Cos’ha che il mio mondo non va, e di Cesare Basile che produce Va via e È vero che per te. Non manca una piccola sorpresa finale, una traccia fantasma cantata in inglese insieme con Barbagallo (Far Away).

Christian Gargiulo

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