Marnero – Il sopravvissuto

marnero - il sopravissuto

Mi è capitato di vederli per la prima volta solo lo scorso maggiodopo qualche anno di discontinua attività live e un po’ di dischi (“Naufragio universale”, lo split con i Si Non SedesIs e una roba in culo alla SIAE registrata al No Fest) Li ho raccolti in giro per siti (e per distro) dopo un passaparola infinito che alla fine mi ha portato al loro Bandcamp, e nel mio caso questo ha coinciso proprio con la scoperta stessa di Bandcamp in quanto piattaforma. Pensare a come l’intreccio tra “nuove tecnologie”, artigianato “ardecore” e passaparola “pissi pissi” si realizzi così efficacemente è persino troppo bello per me che qualche anno fa ancora giravo col mangianastri e cassette squagliate dal sole.

Veniamo al punto. Con tutte le dovutissime proporzioni del caso (piccole rivoluzioni ma sinceri entusiasmi), credo che oggisiadifficile trovare una band che suoni così complessa e autosufficiente nel suo concept (marino e peschereccio) senza che questa, di fatto non (re)inventi nulla che vada oltre una certa stagione post-hardcore storica. Se poi questo si manifesta mediante l’adozione fiera e affatto strumentale del DIY (concepire certa autosufficienza di mezzi come una prospettiva da adottare nel presente e nel futuro, non come un mezzo di fortuna), mi viene veramente da pensare che qualche piccolo miracolo a livelli di underground si stia realizzando, con o senza Bandcamp. E quindi vien fuori che nell’era di internet un gruppo leggendario come i Laghetto (per citare la costola più eloquente) partorisce un organismo col quale è affascinante segnare differenze abissali, ma anche cogliere continuità. Come la crisi del linguaggio, l’inceppamento della parola che qui diventa un sistema emancipato e a sé stante, gravitante tutto attorno ad un concept sospeso (o immerso) in un mondo che pare essere un po’ il doppio metaforico del presente. Un parallelo rigidamente ermetico, anche se la marca ironica (amara o no) è presto svelata sin dal primo pezzo. Francamente non capisco cosa abbia portato la band a scegliersi un’identità così caratteristica ma, se in tempi non sospetti e senza mai aver ascoltato una nota, qualcuno mi avesse detto che dietro quegli strumenti c’era gente con quei trascorsi, avrei dato per certo che si sarebbe trattato se non altro di un convincente lavoro di testi.

Poi ci sarebbe anche un discorso relativo a una certa maturazione del suono che porta la band a vivere ereticamente sul piano di un post ormai consolidato da anni, ma questo vale come dimostrazione di quanto questa lotti in prima linea nello spingere un qualcosa che è, appunto, sopravvivenza pura, ostinazione, autosufficienza.

Ai tempi di “Naufragio universale” accogliemmo sorpresi quei bellissimi pezzi, quel sound ottundente e quel blu marino che era difficile levarsi di testa. E oggi “Il sopravvissuto”, otto tracce per un trip acquatico in cui gli echi pirateschi (o meglio, corsari) sono l’ennesima impegnata riflessione sulla resistenza umana, sulla condivisione, su un divenire fatto di autodeterminazione. Spostando, stavolta, il cannocchiale dalla superficie del mare alle profondità verticali di se stessi. Con contorno di seppie, ebbene sì.

Un gran disco (tuffo) bomba, tra le sorprese più belle di quest’anno. Il resto delle chiacchiere non regge quando riesci a inserire la voce di Richard Benson senza per forza giocare la carta del demenziale a tutti i costi. Era già successo con Mario Brega, ma qui ormai siamo a livelli d’intertestualità che lévati.

Nota doverosa: anche questo è un lavoro di coproduzione. Cuccarsi un vinile smanazzato da Fallo Dischi, Sangue Dischi, Dischi Bervisti, Mothership, Escape from Today, V4V Records e To Lose La Track è cosa buona e giusta.

La volontà piega il destino ma non il caso, ma non il caos. Ma non è questo il caso.

Nunzio Lamonaca

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