Matmos – The Marriage of True Minds

Squish, squash, splash. Bzzzzz, zot, pow, pow, pow. Boom, boom, bang, bang.

Il fascino del linguaggio onomatopeico non sta esclusivamente tutto qui, considerando la vastità di quelle che sono le sue metodologie d’uso. Ma se dovessimo prendere in esame solo la componente fumettista da una parte, che trova un particolare risalto tanto nel lato cartaceo quanto nella sua incarnazione animata, e dall’altra quella meramente d’effetto, tipica di quelle frasi atte a creare l’atmosfera più consona quando si presentano le giuste occasioni, e di conseguenza metterle sullo stesso piano in una dimensione altrettanto grande come quella della musica elettronica, il risultato complessivo sarebbe ciò che un disco come “The Marriage of True Minds” esprime, e che porta un duo come i Matmos a offrire più di quell’antipasto già assaporato nell’EP “Ganzfeld“. Una dilatazione della superficie su cui si muovono quegli stessi esperimenti audiovisivi tale da portare alla nascita di nuove vie di comunicazione.

E quando è imperante, nell’opera in esame, una ripetuta costruzione di tanti linguaggi, significa che non si ha solo a che fare con l’oscuro gospel di nuova generazione del singolo Very Large Green Triangles e una You nella sua versione originale, a cavallo tra Laurie Anderson ed echi dream-tranceggianti. Anzi, una volta ripresisi dal minuzioso e mnemonico scorrere di una Ross Transcript che in meno di tre minuti legge il mondo circostante in maniera rumoristica, la realtà deformata risultante ha un nuovo motivo di esistere una volta che partono la frenesia brasileira di Mental Radio, lo psych-oriental rave al cui suono lasciarsi cullare una volta entrati nel Tunnel, il kraut contemporaneo di In Search af a Lost FacultyAetheric Vehicle, le tecniche d’ipnosi di Teen Paranormal Romance e persino una vera e propria suite come ESP, l’entrata in scena di un licantropo, alle porte di un cancello, pronto ad accogliere con un ululato dalle reminescenze death che è l’ascensore per l’inferno, quello di una danza stregata fatta di molteplici trasformazioni, fino al culmine vero e proprio della conclusiva e improvvisa ballata southern rock con cui scatenarsi.

I Matmos ci hanno abituato a questa continua voglia di osare, come dei funamboli sempre in cerca del giusto equilibrio con cui sottendersi sulla corda della musica elettronica. E anche stavolta non si sono trovati sul punto di spaccarsi al suolo. Casomai è più facile che siano le orecchie a spaccarsi per poi ricostruirsi. Ma per il piacere che porta un’opera simile. Forse, da sconsigliare a chi oltre le basi non sa andare.

Gustavo Tagliaferri

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: