Hellfest 2013 – Val de Moine, Clisson

Hellfest: un numero impressionante di band, pubblico numerosissimo, sei palchi, intrattenimenti di ogni tipo, stand gastronomici, intere aree dedicate al merch. Prima volta per il sottoscritto, sicuramente non l’ultima.

Venerdì 21 giugno

Quando ci si trova davanti ad un running order di oltre 100 band in tre giorni e sei palchi, è normale assistere ad accavallamenti spietati dei diversi show, ma non ci facciamo prendere dal panico, e con un po’ di astuzia si riesce tranquillamente a godersi quello che più interessa.

10:30: prima tappa al “The Valley”, tendone dedicato a doom, rock/stoner e affini, per goderci lo spettacolo dei promettenti 7 Week, quartetto francese bello fresco di debutto discografico, dedito ad un post rock dai tratti rocciosi in stile Monster Magnet, ma sostanzialmente melodici, con tastiere psichedeliche che creano una piacevole atmosfera. Fanno il loro ingresso gli Eagle Twin, duo americano che mi ha letteralmente stupito in quanto ad energia e groove. Mood chitarra/batteria lentissimi, suoni stracarichi di bassi, rare parti vocali, barbe unte e atmosfera doomeggiante. Consigliatissimi. L’arena inizia a riempirsi di gente di ogni tipo, dal rocker attempato al ragazzino sbarbatello, dal metallaro incallito ed intransigente al nerd col costume da power ranger! Decidiamo di cazzeggiare un po’ in giro, bere una birra e farci largo man mano tra gli stand per raggiungere l’enorme “Mainstage 1!, dove si stanno già esibendo i Black Spiders, che a suon di riff incalzanti, coinvolgono la folla con del classico rock all’inglese, eseguendo i loro brani più conosciuti. Torniamo nella Valley per seguire i Bison B.C. che con il loro stoner/sludge sono molto coinvolgenti. Nel tendone affianco si stanno esibendo i polacchi Hate, dediti ad un death/black metal di grande impatto. Il pubblico presente sembra gradire, io un po’ meno sinceramente, probabilmente perché li ho già visti, o forse perché ero piuttosto preso da quello che sarebbe seguito di lì a poco: gli attesissimi Hardcore Superstar, che con uno show breve ma intenso fanno gridare il pubblico del “Mainstage 1”, in particolar modo durante We Don’t Celebrate Sunday. Attratti da una folla e da una fila disumane, decidiamo di fare un giro nel regno delle meraviglie: l’Extreme Market, trattenendoci una buona ora passeggiando tra stand di ogni tipo, dall’abbigliamento ai dischi rari da collezione. Assistiamo ad alcuni pezzi dei Saxon, che si confermano assoluti protagonisti del genere Heavy Metal vecchia maniera, cantando all’unisono con il pubblico pezzi intramontabili come Denim and LeatherPrincess of the night, per poi spostarci nell’Altar, dove si stanno esibendo gli Evoken, padroni assoluti del Depressive Doom Metal made in USA. Il loro show è lento e funereo come da copione, difficilmente si regge per più di mezz’ora se non si è dei cultori del genere. Spettacolo purtroppo trascurabile e noioso quello degli Hellyeah, band che annovera Mr. Vinnie Paul dietro le pelli. La “Valley” offre sempre qualcosa d’interessante invece, come nel caso dei Black Breath. Di questi giovani barbuti americani avevo sentito solo parlare, e al massimo ascoltato qualche pezzo dal loro “Sentenced to life”, death/thrash metal Dismember ed Entombed oriented con spruzzate di hardcore. Fatto sta che assistiamo ad uno dei più incredibili show dell’intero festival. Una carica esplosiva, davvero grandiosi, voto 10. I piani sono questi: seguire qualche pezzo dei Testament sul Mainstage 2 per poi recarmi in fretta al “Temple” per assistere ai grandiosi Absu. I Testament appaiono spompati come non mai, affidando la loro scaletta a molto del nuovo materiale, gli Absu invece regalano uno show d’impatto: death/black vecchia scuola, tuttavia con un approccio parecchio fresco. S’inizia a fare veramente sul serio alle 18:30 del pomeriggio, quando gli Asphyx iniziano ad accordare gli strumenti. I quattro olandesi appaiono in formissima, suoni affilatissimi, headbanging perenne e una scaletta incredibile, a mio avviso tra i migliori dell’Altar, palco dedicato a sonorità quasi esclusivamente death/grind/doom. È ora di cena, e decidiamo di rifocillarci a dovere in uno dei tanti stand gastronomici del fest, ma poi subito di corsa verso la Valley per accaparrarsi un buon posto per lo show degli attesissimi Sleep, band californiana nata nei primi anni novanta e paladini indiscussi dello stoner/doom drogato. Nonostante lo scarso contatto con il pubblico nel presentare i brani e il mancato incitamento nel corso del concerto, i numerosi presenti sono totalmente coinvolti dal sound monolitico e stordente dell’allucinato terzetto. Seguo distrattamente gli At the Gates, freschi anche loro di reunion. Ci si accorge da subito che i padrini del death-metal svedese sono tra i più attesi della serata, e sembrano essere in ottima forma, eseguendo molti brani dal loro capolavoro “Slaugher of the Soul”. Si chiude in bellezza con Blinded by Fear e la folla fomentata come non mai. La stanchezza inizia a farsi sentire, le gambe sembrano non reggere più il peso di alcol e salsicce, ma bisogna tirare avanti ancora qualche ora, in particolar modo in vista dei NEUROSIS. La Valley si trasforma il luogo di culto, e per chi come noi è attratto da sonorità caotiche, marce, lente e striscianti, loro sono un punto di riferimento assoluto. Si parte subito con The Eye, tratto dal capolavoro “Through Silver in Blood”, con cui sfoggiano da subito una presenza scenica e un impatto clamorosi. Un quantitativo di suoni a dir poco asfissianti, negatività e gravità sonore unici. Si chiude con un paio di brani presi dall’ultimo album “Honour Found in Decay” e con Locust Star, tra i loro brani più famosi, un classico intramontabile. Arrivati a questo punto mi sarei steso in qualunque giaciglio di fortuna aspettando il mattino seguente, ma decido insieme ad alcuni amici di fare un giro nella Warzone, palco esclusivamente dedicato a sonorità punk/hardcore. Il casino e il pogo sono alle stelle, infatti, mi confermano alcuni ragazzi interessati solo alle sonorità citate poco fa, che i Sick of It All, sono stati tra i migliori in assoluto della giornata. Allo stremo delle forze, ce ne andiamo in tenda, assolutamente soddisfatti di questo primo giorno di fuoco.

Sabato 22 giugno

A darci il buongiorno è un simpatico venticello che scuote insistentemente la tenda. In piedi di buon ora per assistere all’unico gruppo italiano del festival, gli ottimi The Secret, che infuocano il pentacolato “Altar”. Già visti più volte in giro per l’Italia, i nostri si sono guadagnati una buona fama nel panorama black/core/crust, con delle ottime produzioni e dei live set davvero intensi. Energia, affiatamento, caos, marciume, personalità. I quattro ci sanno fare e il pubblico piuttosto numeroso partecipa caloroso durante tutta la durata dello spettacolo purtroppo breve. Cielo piuttosto minaccioso sul “Mainstage 1”, decidiamo quindi di guardare solo i primi brani dei Krokus, e di recarci subito dopo dai Monstrosity. La band svizzera, con una carriera trentennale alle spalle, sembra proporre un rock di alto livello in pieno stile ottantiano, coinvolgendo non poco i presenti; tutt’altro che arrugginiti questi signori. Grandi. Invece i deathsters floridiani Monstrosity si confermano un’istituzione. Una band monolitica, pesante, veloce. Nonostante la line-up stravolta nel corso degli ultimi anni, anche i grandi classici del passato risultano eseguiti con una potenza e un feeling impressionanti, tanto che ad un certo punto pensavo mi sarebbero esplose le rotule. Senza sé e senza ma, lo show death-metal migliore del festival. Non particolarmente interessato ai gruppi che vanno via via alternandosi sui due Mainstage, me ne torno nella cara “Valley”, per gustarmi quelli che i media presentano come la band rivelazione degli ultimi anni, quelli che seguiranno i Black Sabbath in tour, quelli che hanno il nome più curioso di tutti: Uncle Acid and the Deadbeats. Hanno il privilegio di essere stati scoperti e messi subito sotto contratto da Lee Dorrian, guadagnando un enorme successo in pochi anni. Propongono un doom/stoner con tinte blueseggianti e lisergiche, un sound molto canonico a dire il vero; si rimane invece assolutamente colpiti dalle linee vocali, che hanno la particolarità di essere improntate su armonizzazioni sessanta/settanta schizzate e molto piacevoli. Il festival prosegue con nomi a dir poco blasonati: Phil Anselmo e i suoi Down, ad esempio. Visti più di una volta anche con il buon Rex Brown al basso, ma stavolta si nota subito un Anselmo in grosso affanno. Nulla da dire sulla sua scimmiesca presenza, un vero animale da palco, che coinvolge e diverte il pubblico come nessuno, però è lampante il fatto che la voce non sia più quella di un tempo. A tratti sembra un rantolo bruciato da alcol e sigarette, maggiormente percepito nelle parti più urlate. Personalmente non ci trovo nulla di così sbagliato, lui piace così com’è e gli si perdona anche questo. In gran forma gli altri membri del gruppo, che sparano un classico dopo l’altro, senza tralasciare però il nuovo materiale. Siamo alla fine, tra cafonate varie, lanci di plettri e bacchette e l’immancabile saluto all’amico Dimebag, Anselmo e soci lasciano il palco con il pubblico in delirio. I Karma to Burn non ho mai avuto il piacere di vederli, quindi cerco di accaparrarmi subito un buon posto. Noto con dispiacere che manca il bassista, senza rimpiazzo, quindi ci si trova davanti ad un duo, ugualmente determinato a regalare ai presenti un grande show. I brani scorrono via uno dietro l’altro, lisci come l’olio e rocciosi come le montagne della West Virginia. Decidiamo di seguire alcuni brani dei Belphegor, band austriaca di grande esperienza. Il loro Death Metal anticristiano è un marchio di fabbrica, nonché una garanzia per gli amanti del genere. Ci si sposta volando, ancora una volta direzione “Valley”, per seguire i Red Fang. Quattro ragazzoni barbuti e cazzuti che in quanto a simpatia e carisma sul palco, fanno tranquillamente le scarpe a molte altre rock band presenti in piazza. Brani come Malverde e Crows in Swine mi prendono talmente bene che decido di comprare un loro disco, così da approfondirli meglio. Sono quasi le nove quando decidiamo di mettere piede fuori dalla “Valley”, ormai diventata una fumeria, notando un numero impressionante di gente, spasmodicamente in attesa degli ZZ Top. Istituzione del southern-rock, contemporanei di band come Lynyrd Skynyrd, The Black Crowes e Dixie Dregs tanto per intenderci, lo storico trio si presenta sul palco al top del loro stile, con tanto di completi da bandoleros accaldati, stivali a punta e quanto di più vintage si possa immaginare, anche i maxischermi allestiti sul palco mandano varie immagini provenienti dallo scenario western, amalgama che crea una scenografia unica. Il pubblico incredibilmente numeroso e accalcato soprattutto nella parte centrale dell’arena, balla, si muove a tempo e accenna le movenze dei signori Gibbons e Hill che suonano un rock torrido come il deserto. Il calore del pubblico si fa sentire maggiormente su brani quali Gimme All Your Lovin’La Grange, Sharp Dressed Man e l’inaspettata cover di Jimi Hendrix, Foxy Lady. Un concerto in grande stile insomma, qualcosa a cui bisogna assistere almeno una volta nella vita. Funambolica impresa trovare posto alle transenne del “Mainstage 1” per lo show degli show, quello dei Kiss. Riesco a sistemarmi in seconda fila insieme a dei simpatici signori sulla cinquantina, così gentili e cordiali da offrirmi pane e marmellata. La calca è impressionante ma mai fastidiosa quanto il via vai dei goffi fotografi pieni di attrezzature che cercano di rubarti il posto. La lunga attesa è spezzata dalla voce in diffusione: “You want the best? You got the best! The hottest band in the world!“, accompagnata da un’esplosione di fuochi e l’ingresso in pompa magna. Psycho Circus, Rock and Roll All NiteGod of Thunder, Lick It Up, e una marea di altri classici, il tutto accompagnato da cannoni spara coriandoli, pedane mobili e carrucole su cui s’inerpicano sprezzanti del pericolo. Non temono l’età le voci di Eric e Paul e Gene, che anche nei brani più impegnativi risultano eccezionali. Piccolo appunto mi permetto di farlo ai volumi negli impianti, un po’ bassini secondo me, ma poco importa. Uno spettacolo mastodontico a dir poco, il mito resiste. Applausi. Ho tutto il tempo per sistemarmi all'”Altar” e attendere i maligni Morbid Angel, nel frattempo però, anche se dalle retroguardie, assistiamo agli ultimi pezzi degli Immortal, che demoliscono letteralmente il “Temple”. Credo si tratti del pubblico più numeroso di tutti e tre i giorni in questo tendone. Luci bianche accecanti e numeri da mangiafuoco accompagnano per intero l’ultima One by One. Siamo a tarda notte e tutti i presenti iniziano ad avvertire finalmente la presenza del maligno. Un rapido line-check e gli Angeli Morbosi sono sul palco. Come tutti si aspettano, alla batteria c’è Tim Yeung che, senza dubbio fenomenale, fa però rimpiangere la carismatica presenza di Pete Sandoval. I suoni a dir poco cristallini, permettono di godere al massimo delle note dissonanti e caotiche di Trey Azagthoth. Si comincia con Immortal Rites, Fall from grace e Days of Suffering eseguite alla perfezione. Sopra le righe il carismatico Dave Vincent che a 46 anni suonati, fa strage con il suo malefico vocione. Il pubblico impazzisce per lui, soprattutto quando annuncia che oggi è il ventesimo anniversario di “Covenant” ed è giusto eseguire ad una velocità super, tre mazzate una dietro l’altra: RapturePain DivineSworn to the Black. Purtroppo arriva il momento di ascoltare qualche noioso brano dell’ultimo album ma glielo perdoniamo. Peccato per l’esclusione dalla scaletta di God of Emptiness e Where the Slime Live. Chiusura affidata a Chapel of Ghouls, con un luciferino assolo di Azagthoth.

Domenica 23 giugno

Giornata più tranquilla per certi versi, ma non priva di sorprese. Veloce capatina nella “Valley” per assistere a qualche brano dei Truckfighters, che personalmente non ho trovato molto interessanti, nonostante stiano avendo un discreto successo. I loro suoni gommosi mi ricordano lontanamente alcuni lavori dei Kyuss, ma molto alla lontana. Ben altra situazione all'”Altar” con i brasiliani Krisiun, che in quanto ad ignoranza sono assolutamente tra i migliori esponenti. Le loro ritmiche serratissime, blast beat e doppia cassa costanti hanno fatto scuola a molti gruppi Sud Americani e non. La loro carriera ventennale permette loro di eseguire in poco più di mezz’ora tutti i grandi classici e qualche brano dell’ultimo lavoro, detonando letteralmente il pubblico che li saluta con un mare di corna alzate. Incuriosito sempre più da quello che ha da proporre la Germania in fatto di nuovo rock psichedelico, assisto a tutto lo spettacolo dei My Sleeping Karma. Pezzi molto lunghi e affascinanti con chitarre ora fortemente distorte, ora pulite che s’intrecciano molto bene tra loro, ve li consiglio. Si torna a prendere le sberle dal death-metal dei Cryptopsy, attesissimi anche loro data la folla presente. Un po’ acerbi i pezzi dei nuovi lavori, assolutamente devastanti i grandi classici della band. Tecnici e spietati all’inverosimile. A questo punto ci fermiamo per la meritata pausa pranzo, piuttosto di fretta a dire il vero, perché il nostro obiettivo è trovare un buon posto per i Graveyard, accolti con estremo fragore. Gli scandinavi danno prova di grande bravura, specialmente il loro talentuoso cantante Joakim Nilsson, miscelando sapientemente hard-rock e blues, meno doom dei cugini Witchcraft ma carico di emozioni. Nella prima parte dello show sembra che spingano molto sulla promozione dell’ultimo disco “Lights Out“, nella seconda parte pescano qua e là brani dai precedenti album, riuscendo a concludere uno spettacolo degno di nota. Sono le quattro del pomeriggio circa, e le band a suonare sono Mass Hysteria, Ihsahn e Spiritual Beggars. Un po’ indecisi sul da farsi, decidiamo di guardare buona parte dello spettacolo degli Spiritual. Il concerto parte con Left Brain Ambassadors e prosegue con brani pescati dall’intera discografia della band, una scaletta piuttosto bilanciata tra passato e presente. Stranamente e inspiegabilmente non eseguono Angel of Betrayal che senza dubbio è uno dei più grandi successi. Ad ogni modo un ottimo concerto, con particolare apprensione per il nuovo cantante che a mio parere sembra davvero ben inserito. Assolutamente non interessato a quello che ha da proporre Newsted, ovvero l’ex bassista dei Metallica col suo nuovo progetto solista, vado allegramente a piazzarmi davanti il Mainstage 2 già straripante di persone per assistere all’incredibile show dei Voivod. I canadesi, che salgono sul palco senza ovviamente il compianto Piggy, sembrano essere in gran forma ma, a colpire più degli altri è senza dubbio Snake che si conferma il maledetto animale da palco che mi avevano descritto. Si parte con Target Earth e altri classici estratti da “Rrroooaaarrr” e da “Killing Technology” che vengono eseguiti superbamente da una band di elevata esperienza, che ha fatto della sperimentazione la propria arma vincente. A confermare questo sono le ripetute standing ovation anche sui brani più sperimentali e di difficile assimilazione in sede live. Abbandono lo spettacolo poco prima della fine, giusto in tempo per perdermi la ciliegina sulla torta. Infatti, mi viene in seguito riferito di un Phil Anselmo emozionatissimo che esegue un brano duettando con snake alla voce e Jason Newsted al basso, per la conclusiva Voivod. Favolosi. Giocano in casa i francesi Gojira, accolti anche loro da un pubblico numeroso e soprattutto caloroso nei loro confronti. Seguo non più di un paio di pezzi ma posso tranquillamente a confermare quello che si dice sul loro conto: una band compatta, dinamica, che unisce bene uno stile molto moderno e ricercato alle lezioni impartite dalla vecchia scuola death/core progressiva. Durante la conferenza stampa dei Down nella giornata di sabato, apprendiamo che in qualche modo saranno loro a sostituire i Clutch, i quali hanno dovuto annullare il tour a causa di un lutto familiare che ha colpito il cantante. Arriviamo sotto il tendone “The Valley” e chi troviamo? Mr. Anselmo con una bottiglia di vino in mano che esordisce dicendo: “Hi guys, these are improvvisations… bullshits… ok?” avvertendoci che lo show che stiamo per vedere sarà una sorta di jam session totalmente improvvisata. Vi assicuro che nessuno tra i presenti, ovviamente in attesa dei Clutch è andato via dal tendone, anzi, per l’ora a seguire l’intero pubblico ha cantato, ballato, fatto casino e crowd-surfing come non mai. Lo show prende man mano corpo come una jam session in cui i musicisti si scambiano di ruolo e vengono coinvolti membri di Corrosion of Conformity, Crowbar, Eyehategod, roadie vari, fidanzate ecc., che oltre ad eseguire brani raramente suonati live dei Down, eseguoni pezzi delle suddette band. È divertimento puro, e al momento dei saluti il pubblico in estasi incita per una cover dei Pantera, accontentato in parte da Pepper Keenan che intona il riff di Walk. Anselmo saluta tutti invitando ad applaudire per i Clutch. Che altro dire? La dimostrazione di professionalità e umiltà da parte dei Down è stata apprezzata da tutti. È stato davvero bello esserci. Le forze iniziano a scarseggiare, ma bisogna resistere per diverse altre ore quindi decidiamo di rilassarci con qualcosa di meno movimentato, come i Moonspell che rivedo dopo sei o sette anni. La loro indefinita proposta musicale che spazia tra black, doom, gothic, elettronica e quant’altro può risultare interessante ma non priva di cali, infatti seguo con difficoltà il loro lungo spettacolo caratterizzato da atmosfere lugubri e spettrali. Ovviamente non è lo stesso per i fan irriducibili di questo gruppo, che apprezzano moltissimo uno show senza dubbio riuscito. Apprendiamo di un cambio dell’ultima ora nel running order, in fretta e furia raggiungiamo la “Valley” per non perderci Glenn Danzig che, stando al running order ufficiale, era previsto come headliner nel “Mainstage 2”, scambiatosi quindi di posto con i Ghost. Incredibile. Quello a cui assistiamo è uno spettacolo per pochi eletti, infatti anche qui le sorprese non mancano, a partire da un Danzig in forma smagliante, nonostante compia proprio oggi 58 anni. La sua voce inalterata e la sua potente presenza sul palco mandano in delirio i presenti, che rispondono con una partecipazione totale. Altra mega sorpresona è l’ingresso in scena di Doyle, membro originario dei Misfits che imbraccia la chitarra e suona come un forsennato molti dei classici dei Mistifs della prima ora. Vengono sparate una dietro l’altra canzoni come Last CaressAstro ZombiesMotherBullet e la conclusiva Die, Die My Darling che fanno esplodere un pubblico già fomentato a mille. Avendo già visto in altre occasioni Marduk, Hypocrisy e Cradle of Filth, decido di risparmiarmi e di piazzarmi al “Mainstage 1” per i seguire i Volbeat, ma infastidito dalla loro proposta e dalla loro presenza scenica decido di defilarmi. Non me ne vogliate, ma “l’Elvis Metal” non fa proprio per me. Per pura e semplice curiosità avrei visto volentieri i Ghost che osannati come giganti hanno raggiunto in poco tempo una visibilità enorme. Non saprei se la loro è una grossa trovata commerciale studiata a tavolino oppure si tratta davvero di una rivelazione, fatto sta che il loro spettacolo ha ottimi responsi. Ma i Napalm Death al “The Altar” credo corrispondano ad un modo migliore per concludere in bellezza questa tre giorni di grossi calibri. Il concerto prende da subito un’impronta di genuinità quando vediamo i componenti stessi della band provare e accordare gli strumenti. Ho apprezzato molto la scelta della scaletta, che passa sapientemente tra tutti i lavori o quasi del combo inglese. Barney Greenway alla voce è sempre una garanzia, semplicemente unico. Anche il resto della band fa la differenza, fortissima di una grande esperienza in tema death/grind/punk accumulata negli anni, che permette di sbaragliare tranquillamente la maggior parte delle giovani formazioni grindcore attuali. Si conclude così l’edizione 2013 di questo meraviglioso festival che ci lascia pienamente soddisfatti. Tra bagordi finali, schiamazzi e saluti vari ci attende una notte in bianco e un lungo viaggio di ritorno e, detto sinceramente, fossi in voi inizierei a fare mente locale su quale potrebbe essere il vostro festival estivo dell’anno prossimo. Il nostro sarà di sicuro l’Hellfest!

Antonio D’Orazio

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