My two cents#15

My two cents

In questo numero: The Little White Bunny, Sixth Minor, ?Alos/Xabier Iriondo, Lui Sono Io, Thank U for Smoking, Labradors, Piano for Airport, Barranco, Mamavegas, Il sentiero di Flavia.

The Little White BunnyhOle (Riff Records)

Saltellante ingordigia in primo piano, quella che è pronta a fare breccia a chi ha intenzione di ingurgitare un po’ di crossover ed alternative metal, mentre scorrono gli effetti di una tastiera giocattolo. E’ Bolzano la città che fa da culla ad un quartetto che prende il nome di The Little White Bunny, con alle spalle l’EP “And Carrots for All” ed ora fautore di un album come questo “hOle“. Un esperimento turbolento dove, tra gags di ogni genere, si danno il cambio Faith No More, KoRn, Living Colour, System of a Down e i primi Incubus, ma anche riff seattleani (L.O.V.E.) e crescendo tooliani (Pixels). Ovviamente accompagnati da un egregio uso dell’elettronica (Hummus), preghiere dai richiami glamour (The Queen of the Drag Queens), Bee Gees (!!!) fusi con inquietanti linee di basso (Use the Force), e concentrati di puro devasto (Bedsores). Seppure in certi momenti qualcosa sembri fuori posto (certi punti di She Wants It sembrano una banale imitazione di Jonathan Davis), il risultato è un esperimento dove il divertimento ha il suo giusto spazio, ma soprattutto è presente una quantità sufficiente di energia ben spesa per un album di fattura più che buona!

Gustavo Tagliaferri

Sixth MinorWireframe (Megaphone Records)

I Sixth Minor sono Renato Longobardi e Andrea Gallo, duo napoletano che debutta con Wireframe: un ordigno che prima di esplodere sa già dove sputare detriti. L’esplosione avviene già dopo i primi minuti di Eser: un vago richiamo ai God is an astronaut, elettronica mista a post-rock sperimentale, sporcata da sonorità industrial; peculiarità che non annoia mai, neanche dopo ripetuti ascolti. L’atmosfera varia con brani come Blackwood o Etif, dove l’elettronica si sfuma col dubstep e non si fa mancare rintocchi hard-rock. Last Day on Earth si ammorbidisce di richiami ambient per poi lasciare spazio a qualcosa di più aggressivo e d’impatto (Hexagone). Quaranta minuti di tensioni post-rock e crossover perfettamente organizzato dove una matassa di fili si annoda, si sporca di colori, poi si scioglie e si confonde su uno sfondo sempre grigio.

Carmelina Casamassa

?Alos/Xabier IriondoEndimione (Brigadisco Records)

Il corpo del reato non è facile da nascondere. Specie se si è svolto, in un tempo non molto lontano, un lavoro di gruppo. Ma se in precedenza si trattava di una riscoperta di linguaggi ricollegabili al Sol Levante, sotto forma di split, ora si è trasmutata nella creazione di una forma alternativa di teatro sonoro, quasi impressionista. Stefania “?Alos” Pedretti e Xabier Iriondo, nel loro primo lavoro duplice firma, “Endimione“, tracciano proprio questo percorso, fatto di pièces intime, che vanno da silenziosi soliloqui (Robert Mortier) a esorcismi etno-rumoristi (Florent Fels), fino al saccheggio di grammofoni, chanteuse e fisarmoniche, presente nel carillon doloroso di Genica Atanasiou e nei cadenzati e ruggenti riff di Cruel Restaurant. E’ una voce, quella di ?Alos, che si presta a molti espedienti, rivelandosi sempre funzionale, e che non risparmia la sua veste classica, fatto di techno-rock bucherellati (Georges Gabory), blues onomatopeici (Simone Dulac) e deliri electro-mnemonici (Charles Dullin), tutti condivisi con il collega Iriondo. Ne risulta un album oscuro, non per tutti, da maneggiare con cautela, ma che una volta assaporato, rilascia la sua forte dose di fascino.

Gustavo Tagliaferri

Lui Sono IoStoria di una corsa (Brutture Moderne)

Lui sono io è un duo romagnolo (Federico Braschi e Alberto Amati) che vive sotto un cielo fragile e una coltre di nebbia. È oltre quella stessa nebbia che si cerca di vedere, tenendosi stretti quei sogni da musicista di provincia che inciampano tra borghi dormienti o si soffermano in Via Stalingrado (di Bologna), mentre chitarre coinvolgenti e parole sussurrano, immersi in un’atmosfera di dormiveglia. Storia di una corsa attinge da quel cantautorato classico, italiano e non, le cui corse di gioventù si prolungano in un continuum di consapevolezza che porta fino al racconto di una vita da stringere, tra notti che lasciano il segno e una rabbia urlata per metà, tra vecchie lacrime e sorrisi imparati. Il disco in questione potrebbe essere assaporato proprio mentre si corre, rilasciando endorfine e ricaricando la mente di riflessioni, che non vi lasceranno andare neanche quando sarete rientrati a casa per fare una doccia.

Carmelina Casamassa

Thank U for SmokingDopo la quiete (Autoproduzione)

Apertura ingannevole, quella delle vibrazioni delle corde di un mandolino che danno luogo al Preludio, ma forse neanche troppo, in quanto tappeto rosso per la suadente e allo stesso tempo grintosa voce di Aurora Atzeni, che si rende protagonista, assieme a Matteo e Valerio, di un lavoro d’esordio come questo “Dopo la quiete“, dietro il monicker Thank U for Smoking. Un connubio forse inusuale, sospeso tra le atmosfere eteree del post-rock e una sana dose di noise sanguigno, ma che mostra immediatamente i suoi grandi pregi. Il climax stagionale di Al risveglio, com’è reale l’iride, le dolci note di Dopo la quiete, il nulla, la dirompente sequenza che va dall’avvento di Delitto al trascinante momento strumentale Il ponte di Einstein-Rosen, la passione di Duhkha e gli echi di tradizione che si avvertono in Corrotto, mistico, complice, la cui coda si fa strada dietro al fragore risultante, come anche nella seducente Dedica in lacrime. Sorprese tipiche di un’opera ostica e, al contempo, da scoprire fino in fondo, tanto da lasciarsene ammaliare senza mai mollarla. Consigliato anche il DVD extra “Island”, un viaggio tra l’Islanda e la Sardegna visto attraverso la dimensione live e quella in studio, con lievi sfumature ambient, alla Port-Royal.

Gustavo Tagliaferri

LabradorsGrowing Back (Il verso del cinghiale Records)

Dopo il primo EP “Roger Corman”, uscito nel 2011, i lombardi Labradors giungono finalmente alla pubblicazione del primo disco. La band – composta dal cantante e chitarrista Filippo Colombo, dal bassista Fabrizio Fusi e dal batterista Filippo Riccardi – è con “Growing Back” che esordisce. Power-pop di stampo americano, quello di un disco tutto sommato molto estivo che varia dal rock‘n’roll, al college-rock, al punk-hardcore, tra Foo Fighters e Weezer. Un ritorno all’adolescenza tra riff energici e chitarre più morbide, altalenando tra paura, felicità e ricordi che riaffiorano. Nonostante la presenza di tracce valide come Some of the Kids, il disco corre veloce e non lascia il segno, ma se fate parte di quella schiera di amanti delle sonorità americane degli anni ’90, questo potrebbe essere l’ascolto che fa per voi!

Carmelina Casamassa

Piano for AirportEYHO EP (Bomba Dischi)

Trasmutazioni genetiche aventi una grande voce in capitolo. Coleotteri che si fanno bipedi, a mò di effetto “Mosca”. Strane famiglie moderne o dirette conseguenze dell’ascolto di un EP come questo, che segna una nuova tappa nel percorso artistico dei romani Piano for Airport? La seconda, certamente. In un momento in cui il rock dignitoso, ma forse un po’ acerbo, di “Another Sunday On Saturn” entra in una fase di maturazione. Un urlo, “EYHO“, appunto. “Eat Your Heart Out“, divorare i propri battiti e tirarli fuori in una forma differente, proprio come uno dei cinque brani che mostrano una band nuova di zecca, un sound viscerale, waveggiante, ma anche con delle tinte che potrebbero essere le stesse care ai Blonde Redhead o agli attuali Pitch. Ma l’elettronica non è fatta solo di questo per i tre ragazzi, bensì anche della melodia assassina di “I’ve Just Killed Thom Yorke“, della toccata e fuga della più pacata Farewell, fino alla robotica ballata First Floor Lovers e la soave conclusione che anima Discipline. La stessa disciplina che i nostri sposano ottimamente in un lavoro che apre loro grandi prospettive, magari le stesse per un altrettanto ottimo e futuro lavoro. Al momento, una maturazione compiuta.

Gustavo Tagliaferri

BarrancoRuvidi, vivi e macellati (Autoproduzione)

Bassa padovana. Un inverno chissà dove, un vento sottile che apre le danze, l’armonia delicata tra ukulele e mandolino, un po’ fiera rinascimentale un po’ combat folk, atmosfere popolari alla Banco del mutuo soccorso ma con influenze britanniche. L’uso della voce ricorda vagamente Tracy Chapman, arpeggi morbidi e testi d’impatto. “Ruvidi, vivi e macellati“, primo album per i Barranco, che esordiscono con una creatività malinconica e fine, cupa ed evocativa. Un impegno notevole e un lavoro ricercato, considerando anche che il disco è in copie limitate, con copertina in legno e numerata a mano. Presenti lievi pecche sulla registrazione di qualche brano che avrebbe meritato qualche piccolo accorgimento in più.  L’intero disco ha un andamento un po’ troppo lineare ma si lascia ascoltare con piacere. Qualche traccia sarebbe da annotare… farebbe la sua figura come soundtrack di un film storico o western.

Carmelina Casamassa

MamavegasHymn for the Bad Things (42 Records)

A un primo ascolto verrebbe da associare il tutto a un’elementare confraternita tra reduci di esperienze di vario tipo, dall’elettronica agli Yuppie Flu, ma quello che sta alla base dei Mamavegas corrisponde maggiormente a un quadro generale la cui struttura dà luogo a una fiaba, a sua volta divisa in capitoli facenti da specchio al proprio ambiente, dove il passato si confronta con la realtà quotidiana. Un album d’esordio come questo “Hymn for the Bad Things“, nel giro di undici canzoni, dove a spiccare in particolar modo è la voce di Emanuele Mancini, unisce atmosfere eteree (The Stool), plumbee (…For The Bad Things) e malinconiche (Happiness) a un folk fatto di battiti elettroacustici e ninne nanne cantate al suono di campane in festa (Sooner or LaterWinter’s Sleep) e momenti d’intimità (Blackfire), arrivando a echi di Belle and Sebastian (Tales from 1946), se non addirittura di Radiohead (ArgonautsMy Solid Land), e, tutt’attorno, la serenità che incombe una volta che ci si ritrova, felicemente, faccia a faccia con il presente (Our Love). Tutte caratteristiche di un disco che entra sotto pelle senza uscirne facilmente, per un sestetto che è solo all’inizio, ma ha già parecchie carte in regola. Chapeau.

Gustavo Tagliaferri

Il sentiero di FlaviaShamballa (GrandeMago – Music Farm)

Il sentiero di Flavia è un sentiero (una persona? Una speranza? Una divinità? O forse semplicemente il nome che la band ha accostato a una scelta?) che sposa una certa spiritualità. Un disco di sonorità ricche e varie (dal rock sinfonico, al prog-folk, alla musica celtica), che traspira atmosfere orientali. Un’immersione nella cultura tibetana, una vita all’aria aperta, la natura, i cibi biologici, santoni in tunica bianca, oggetti handmade, l’amore nelle carezze per il prossimo (non a caso in copertina impera il quarto chakra, simbolo dell’amore universale). Una voce dolce e cullante, un violino che s’intreccia ad una chitarra fluente, strumenti etnici in rilievo, a braccetto con basso e batteria energica. Il Sentiero di Flavia lascia intuire che ha ancora bisogno di tempo per crescere e maturare. E lo si sente in alcuni passaggi incerti di 432, intro, ma “Shamballa” è un buon debutto e invita a mantenere certe aspettative.

Carmelina Casamassa

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