VideoVisioni: Cosmo – Il digiuno

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È il momento della foto di gruppo. I ministri vengono richiamati all’ordine e si stringono al buio davanti al fascio di luce di un proiettore che getta su di loro, in una sequenza veloce e confusa, immagini del capopartito, trasformando i loro volti, luogo dell’identità, in una semplice superficie riflettente.

Sembra facile riconoscere in questa scena del film “Bella addormentata” di Bellocchio il risultato stilistico del videoclip del brano Il digiuno, nuovo singolo dell’album “Disordine” di Marco Jacopo Bianchi in arte Cosmo, girato da Gabriele Ottino.

Inizialmente l’aspetto che più salta all’occhio è la parabola confusa che seguono le immagini, presentate sin dal primo fotogramma nella forma di tanti filmati televisivi diversi, come a imitare uno zapping frenetico di un telespettatore stanco.

Nel flusso si distinguono corpi muscolosi, donne che cucinano, personaggi storici, tante esplosioni e volti sorridenti. Ma nel video de Il digiuno i volti integri sono solo quelli della tv. I corpi, quelli non televisivi, sono immobili, manichini semoventi, sezionati da movimenti di macchina per lo più statici che verso la fine diventano curiosi, scrutano i soggetti seguendo i loro dettagli, accarezzandoli con pennellate che imitano i movimenti delle loro mani.

Quasi subito però il flusso d’immagini proiettate sui corpi si trasforma. Smette di essere un semplice escamotage estetico, imponendosi in maniera del tutto differente in relazione ai personaggi. L’azione più esplicita che questi soggetti compiono, l’unica davvero volontaria, è spalmarsi addosso senza cura un materiale cremoso che contiene in sé quelle stesse immagini che prima erano solo luce riflessa. La sostanza sporca il corpo, vi rimane attaccato, e lo costringe a essere macchiato fisicamente da ciò che prima semplicemente lo accarezzava. Le immagini non sono più solo rarefatte ma diventano nuova pelle da abitare. Nessuno dei personaggi vuole lasciar scappare quelle proiezioni visive che fanno parte di un immaginario collettivo culturale molto forte (s’intravedono Pasolini e l’attentato alle Torri Gemelle). Ma l’azione è fine a se stessa: quelle visioni sono talmente veloci e sfuggenti da risultare impossibili da fermare. Non c’è salvezza nell’umiliazione visiva, nemmeno in quella sonora riempita di dissonanze uditive labirintiche e stranianti. In questo mondo, però, le parole non spariscono tornando a fare luce sul disordine pronunciate da labbra che si muovono a ralenty, senza tuttavia proporre una via d’uscita.

Capiamo infatti che in questo casino più totale “tutto è andato come previsto“. Si gioca consapevolmente “una scommessa che è persa” in partenza, il cui protagonista è qualcuno che parla di sé in seconda persona, attratto visceralmente dalla perdita, dallo sconosciuto, da ombre, da un “mondo che non c’è“, e che decide dopo la distruzione (atomica, esplosiva) della società delle immagini di coprirsi gli occhi per diventare lui stesso creatore di quel “deserto del reale“, abbandonandosi al fascino della perdita della salvezza.

La soluzione proposta dal testo non può che essere delle più desolanti e vicinissima alle atmosfere caotiche e deliranti del video (senza però mai scadere nel grottesco). L’abbandono al sogno relega i personaggi a semplici “macchine” per la creazione d’immagini ricoperte da corpi che altro non sono che superfici d’immagini create da altri. Il digiuno del titolo è un digiuno di contenuti. L’immagine diventa icona e l’essere umano il suo obbediente manifesto. Fino a quando però, nel finale, il verde che veniva spalmato sui corpi si rivela essere puro e semplice fango.

a cura di Jacopo Maresca

VideoVisioni: analisi, visioni, impressioni. Critica e recensioni dei videoclip contemporanei.

Suono, scrivo e faccio video. A Milano per studiare il cinema e i nuovi media.

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