Tomahawk – Oddfellows

Di solito un indiano, accompagnato dal suo fidato scalpo, se si trincera per un determinato periodo non vuol dire di certo che si sia dimenticato di quello che è il suo obiettivo principale. Autodifesa, dimostrazione della propria valenza e del proprio coraggio, tramandato di generazione in generazione. Caratteristiche tipiche di quell'”Anonymous” che già dal titolo già lasciava intuire come nei rituali di  una tribù di pellerossa si potesse trovare un ideale sostituto al rock sanguigno che ha fatto da traino a due album pubblicati precedentemente, dando vita ad una manifestazione in chiave moderna del proprio “Sacred Spirit”, momento a parte di una fantasia sempre fervida. Ora il tempo è passato, e per l’indiano è arrivato il momento di venire di nuovo allo scoperto. Ma l’indiano in esame non è un indiano qualunque. Specie se il suo nome è Mike Patton. E per lui, come per i Tomahawk, è arrivato il momento di mettere da parte le pitture corporali.

Ricominciare da “Oddfellows” significa tornare proprio a quel suono nudo e crudo che ha portato in scena una delle tante maschere del nostro, come un trasformista che sa sempre farsi riconoscere da una veste all’altra. Per di più con un bassista “nuovo” di zecca, quel Trevor Dunn (Mr. Bungle, Fantômas, John Zorn, Melvins) che sostituendo Kevin Rutmanis contribuisce a quella che apparentemente sembra una rivisitazione e conseguente correzione di quel look degli esordi, ma che porta diversi benefici alla band in esame. C’è The Quiet Few, fatta di echi dell’album omonimo che sfociano in una forsennata corsa verso il vuoto riconoscibile nella conclusione, e ci sono le faithnomoreiane Stone Letter e South Paw. Come ci sono il crossover di Waratorium, l’animo punk di Typhoon o composizioni solo apparentemente scarne, eppure proprio per questo non prive della giusta atmosfera, che vanno dai riff di chitarra di A Thousand Eyes, continui ticchettii di un orologio rotto, a una I Can Almost See Them, fino a colpi di scena come il drumming jazzy che anticipa il rap’n’roll di Rise Up Dirty Waters e il beat elettronico di una I.O.U. che apre le danze a un istantaneo incedere darkeggiante. Proprio come la Choke Neck che richiama dall’oltretomba i Fantômas dei primordi.

Sì, la carne al fuoco è tanta, e se si dovessero trovare dei difetti, ogni tanto spunta un non voluto eccesso nello strafare, come dimostrano composizioni come White Hats/Black Hats e la title-track, leggermente più deboli rispetto al lotto generale. Ma, anche sapendo che Patton ha fatto decisamente di peggio negli anni, ciò non toglie che un ritorno simile faccia decisamente piacere, e riporta l’artista alla ribalta come quel ragazzone tanto ammirato dai più. E ancora oggi in forma.

Gustavo Tagliaferri

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