Le maschere di Clara – L’alveare

La cura, la necessità di tenere in piedi qualcosa. Come le api che lavorano alacremente per tenere ben salda ogni singola forma esagonale che forma la loro abitazione, senza tralasciare l’amato miele. E stavolta non ci sono topi da biblioteca aventi il compito di fare altrettanto con il catalogo di qualcuna di queste, ma musicisti che, oggi come ieri, si trovano faccia a faccia con la letteratura e la proiettano in musica, alla lettera o di propria visione. Ora le api sono loro, e difatti “L’alveare” non è solo il terzo lavoro in studio dei tre che si celano dietro Le maschere di Clara, ma è anche un omaggio, quello al patrimonio lasciatoci dallo stivale fino al secolo scorso, e in quanto tale si spinge ancora più oltre di quanto “Anamorfosi” avesse fatto rispetto a “23“.

Là dove la stessa letteratura ha voce in capitolo, i ragazzi si rendono protagonisti di una storia fatta di sequenze. Lorenzo Masotto, voce, basso e pianoforte, prende in mano il concetto di prog e tanto lo sospende tra attacchi new age che aleggiano nel soliloquio di un Pirandello che rivive nello stop’n’go di Il fu Mattia Pascal quanto gli dà quel tocco d’autore presente nell’A se stesso leopardiano e in Rasoi di seta, dove il testo della Merini si fa tenebroso e si contrappone al recitato della sorella dello stesso. Laura Masotto, il cui violino elettrificato sottende le parole del quasimodiano Forse il cuore, suonando come uno strumento andino, se non addirittura un flauto di Pan, ma non si esime dal farsi più soave, come dalla più accessibile simil-tarantella ispanica Collezione di sabbia calvianiana, e così l’immancabile Bruce Turri, che completa il triangolo mettendosi dietro le pelli, percosse con un ritmo serrato, dalle reminescenze industriali, e andando a nozze con un fare sinfonico, a giudicare dallo svolgimento di Notturno. È un lavoro di squadra che passa per Auschwitz e sbarca a Gaza, andata, ritorno e ancora andata, Se questo è un uomo, viaggio tra lirica, declamazione, incessanti bassi fuzz e attitudine punk, che riguarda, priva momentaneamente della parola le poesie di Montale rimodellandole con un’ossatura metal, quasi sludge (Satura), e porta a scegliere Vittorio Gassman come adeguato Caronte facente da tragitto a un’infuocata jam dalle tinte folk e medioevali, la discesa verso i Fatti non foste a viver come bruti donatoci dalla “Divina commedia” dantesca. Galvanizzante.

Le maschere di Clara, disco dopo disco, ascolto dopo ascolto, sono sempre qui, a ricordarci come, da ennesimo episodio a sé di quel famoso “zoccolo duro” che nobilita ulteriormente la scena italiana, ci sia la quotidiana voglia di progredire (non a caso), di fare di ogni frutto del lavoro complessivo qualcosa che non sia mai uguale a se stesso. “L’alveare” è qui per questo, come il fatto che sia estremamente godibile, dall’inizio alla fine.

Gustavo Tagliaferri

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