BL’AST! – Blood!

Va bene. È talmente tanto difficile capirci qualcosa tra stampe, ristampe, cripto-ristampe e svuotamento di scatoloni che sono sicuro alla fine i capoccioni della Southern Lord si daranno quel margine temporale buono per godersi una rendita e dedicarsi alla premura di registrazioni di dischi dentro bare di mogano e amenità simili. A voler prendere il catalogo storico dell’etichetta, infatti, più che provare lo straniamento per un rinnovamento spaventoso delle band e una grossa rimpolpata di gruppi hardcore al suo interno colpisce la quantità di dischi già in giro per banchetti, quasi fossero lì in attesa della ristampa Southern Lord e il lancio sul mercato metallaro americano.

Il nuovo dei BL’AST! (altro che nuovo) ha subito la stessa sorte di quei dischi (alla voce: Poison Idea), con lo zampino fiero della rimonta hardcore di metà anni Ottanta e il ghigno sarcastico del destino infame. Che sa donarti, quando vuole, la laurea della gloria.

Punto primo: i Bl’ast!, chi diavolo sono? È presto detto. Tre dischi, qualche sette pollici e praticamente trent’anni di silenzio discografico, quel che basta per creare il culto attorno ad una band a metà strada tra il rinnovamento hardcore di quegli anni (il passaggio di testimone dalla vecchia-vecchissima scuola è evidente, come è evidente una formula più pestona e cadenzata che in passato) e la risciacquatura nelle bave dei Black Flag era “Slip It In”. Insomma, i Black Flag più sabbathiani, devoti già ad un culto eretico che rallentava la batteria e surriscaldava le chitarre. La voce di Rollins può già costituirsi scuola, e allora ecco fatti i BL’AST!. Epocale il loro primo disco (“The Power of Expression”), sacrosanto il passaggio a SST col successivo “It’s in My Blood” e conseguente ristampa del loro esordio. È da quelle sessioni di registrazione che proviene proprio questo disco, sorta di rimasterizzazione di “It’s In My Blood” riproposta al grande pubblico (in vinile e con tutti i crismi del caso) col titolo “Blood!”. Come a dire: ma allora volete proprio il sangue. E tanto di quel sangue è stato sparso che pare impossibile ricollegare tanti (e quali!) nomi nello sforzo di rincorrere la genesi del disco. Produce Dave Grohl (cioè, rimasterizza), grande amico della band, mentre alla seconda chitarra c’è quel Duvall ora in forza negli Alice in Chains, e da strascico una serie di nomi che ritroveremo successivamente in più o meno fortunate storie underground americane. Per dirne una.

Malignità neanche troppo gratuite imporrebbero di pensare che le chitarre di Duvall, assenti nel primo master, fossero dovute a una sorta di squilibrio in formazione. Personalmente trovo che il lavoro di pulizia e riedizione dia al disco uno splendore ben superiore alla prima edizione.

Per gli amanti delle sonorità rollinsiane un acquisto che ha il sapore della riconquista, del recupero di un terreno insterilitosi troppo presto. A chiamarlo macismo siam bravi tutti, fatevi sotto e provate a farvi trasportare dal flusso.

Imparare dai Black Flag quando l’hardcore è diventato già altra cosa.

Nunzio Lamonaca

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