Andrew Stockdale – Keep Moving

Che cosa passi per la testa di Andrew Stockdale non è dato sapere. Ho ancora chiare davanti a me le immagini del concerto dei Wolfmother all’Atlantico, uno spettacolo a dir poco penoso che avrebbe potuto esprimere ottimo hard rock se non fosse stato oppresso dall’ubriachezza e dai deliri di protagonismo del talentuoso frontman. Due album di successo, di cui il debutto davvero ottimo (“Cosmic Egg” resta a parer mio un mezzo buco nell’acqua), avevano reso i Wolfmother una delle band più entusiasmanti in circolazione, con sonorità di chiarissima derivazione settantiana (Black Sabbath, Led Zeppelin, Deep Purple, The Doors a costituire l’abecedario degli australiani). I cambi di line-up e soprattutto l’ego sopra le righe di Andrew Stockdale hanno pian piano spento la luce che emanava la creatura e poco stupisce quindi la scelta di battezzare con il proprio nome quello che avrebbe dovuto essere il terzo lavoro del gruppo.

La sostanza non cambia: le influenze di Stockdale restano le medesime, il talento pure. Mancano i brani, manca l’estro, manca soprattutto un’idea di coesione. Nonostante che da un punto di vista meramente tecnico si possa criticare poco di quest’album (ci suonano nomi del calibro di Vin Steele, Hamish Rosser, Elliott Hammond, Ian Peres), non c’è la scintilla che fa gridare al genio. Anche i pezzi presentati in quella data romana (le iniziali Long Way to Go e la title-track), per quanto canzoni rock più che gradevoli, sembrano limitarsi al semplice compitino. Non aiuta poi la durata del disco, francamente eccessiva (17 brani compresa la bonus-track It Occured to Me). Per carità, gli ascoltatori di sana musica rock se ne fregano della durata degli album e non cercano forma-canzone o singoli radiofonici (ringraziando Odino, Dio o chi per loro), ma francamente “Keep Moving” avrebbe potuto contenere qualche brano in meno e guadagnarne in impatto ed efficacia artistica. Non mancano passaggi ispirati, sia chiaro. Stockdale e i suoi aiutanti sanno come si suona rock con tutti i crismi e hanno saputo dimostrarlo ampiamente in passato.

Ciò che paradossalmente vacilla nel debutto solista del frontman dei Wolfmother è la personalità. Sembra assurdo che un disco attribuito a un singolo artista possa mostrar lacune proprio da questo punto di vista, ma è così. Non c’è brio, manca quel nescio quid che riesca a elevare il disco oltre la bontà tecnica e poco più. Con questa critica non c’entra nulla l’intento revivalistico della musica di Stockdale: ben venga che un musicista innamorato del rock dei Seventies voglia onorare quell’epoca e riproporne le sonorità, con il talento dalla sua. Da un artista del suo calibro è lecito aspettarsi molto di più di un mediocre album che si mostra convincente solo in pochi punti (Year of the DragonMeridianGhetto e qualche altro brano) e per il resto pecca d’inventiva e d’incisività.

Un’amara bocciatura, perché Stockdale resta uno dei migliori musicisti in circolazione, soprattutto per la sua innegabile capacità di saper far rivivere il rock più vintage con credibilità, ingegno e verve. A questo giro non c’è riuscito. Speriamo al prossimo, magari senza perdersi in quei “colpi di testa” che sinora ne hanno minato una carriera che altrimenti avrebbe potuto essere più che sfolgorante.

Livio Ghilardi

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