Musicoterapia tra i fiordi: intervista ai Platonick Dive

Platonick Dive

Atmosfere in crescendo che sfociano in energia post-rock, l’incontro con l’elettronica, qualche accenno di voce a farsi vivo in maniera quasi inaspettata. Comunicativi e decisi, i Platonick Dive catturano l’attenzione del pubblico mentre si esibiscono sul palco del Viper di Firenze, in occasione della quarta edizione del KeepOnLive Club Festival. Li abbiamo incontrati subito dopo la loro performance per una chiacchierata.

Siete tra le rivelazioni live dell’anno scelte da KeepOn nel mese di marzo e dunque a due mesi dall’uscita del disco. Stasera verranno premiati Dimartino per la categoria “Best Live”, mentre per la categoria delle “Rivelazioni” Fast Animals and Slow Kids, Paletti e King of the Opera. Cosa ne pensate di questa scelta?

È stata una sorpresa anche per noi, avevamo fatto pochissimi live e trovarsi in classifica è stata una bella cosa. Il nostro progetto musicale è molto distante dalla classica scena musicale italiana. Probabilmente, Dimartino è quello che se lo merita di più considerando la scena cantautorale perché ha una vera band, sono dei bravi musicisti e quindi massimo rispetto, nonostante siano lontani anni luce dalla nostra proposta musicale. Sono gruppi che stimiamo molto, i King of the Opera hanno fatto un bellissimo disco e siamo curiosi di vederli dal vivo.

Avete intitolato il quarto brano del disco “træ”, ovvero “albero” in danese. Sono raffigurati alcuni sulla cassa della batteria, sulle magliette della band… Ci spiegate la presenza di questo simbolo?

È un simbolo che ci rappresenta perché prendiamo ispirazione da paesi nordici. Sarebbe un sogno stabilirci lì magari in futuro.

Quindi avete una bella ambizione.

Sicuramente meglio che stare in Italia (ride, ndr).

Si sa che il percorso della band è iniziato nel 2007 ed ha subito un cambio di formazione. Chi di voi mi spiega i cambiamenti rilevanti e il passaggio da “Noia astratta” a “Therapeutic Portrait“?

I Platonick Dive si formano ufficialmente nel 2007, come band alternativa post-rock, prima cantavamo anche. Poi nel 2008 abbiamo registrato questo demo “Noia astratta” però ufficialmente l’esordio dei Platonick Dive è “Therapeutic Portrait”. Prima eravamo giovani, siamo giovanissimi anche ora, però prima eravamo a malapena maggiorenni, abbiamo tirato fuori quell’EP del 2008 ma l’esordio vero c’è stato a gennaio 2013.

Che cosa fanno i Platonick Dive giù dal palco?

Siamo giovani, ancora non viviamo di musica, ognuno vive la propria vita. Lavoriamo, anche perché in Italia il musicista non è riconosciuto come lavoro effettivo quindi abbiamo lavori che ci aiutano a mandare avanti il progetto. Ogni settimana che passa diventa sempre più importante, è indispensabile crederci e stiamo raccogliendo dei buoni frutti, bellissimi risultati in pochi mesi, se si pensa anche alla proposta musicale che portiamo avanti in Italia, quindi ci stiamo levando delle belle soddisfazioni e siamo soltanto all’inizio.

Immagino che la scelta di usare un volto in primo piano sulla copertina abbia un senso ben preciso. perché un volto e non qualcos’altro?

Scegliere un paesaggio sarebbe stato abbastanza scontato, seppur molto bello e azzeccato ma scontato. Poi se pensi al titolo “Therapeutic Portrait” e quindi ritratto terapeutico, si capisce che c’era bisogno di dare della fisicità quindi abbiamo scelto una ragazza molto giovane con dei lineamenti nordici, molto angelica che rappresentasse l’innocenza violata.

Come ha risposto il pubblico al vostro disco?

Alla grande, se si pensa che è un esordio discografico e alla musica che proponiamo in Italia. Abbiamo fatto quasi trenta concerti, a ogni concerto andiamo via col sorriso, il pubblico anche. Siamo molto soddisfatti anche perché ci sono consensi in giro.

A breve uscirà un remix.Voglia di cambiare o concedersi una seconda possibilità?

No, ascoltando “Therapeutic Portrait” sicuramente avrai notato che c’è uno stretto legame tra noi e il mix tra musica rock ed elettronica. “Therapeutic Portrait Remixes” è la conferma del nostro stretto legame col mondo dell’elettronica, anche perché comunque ascoltiamo questo genere.

Praticamente mi stai dicendo che volete sottolineare questo rapporto, perché in realtà è presente già in questo disco d’esordio.

Lo vogliamo sottolineare, abbiamo fatto una scelta considerevole per quest’uscita includendo soltanto deejay e producer italiani, per testimoniare il fatto che la musica elettronica italiana, seppur di nicchia, sta venendo fuori alla grande. C’è una sacco di gente valida che fa della bellissima musica e che non ha niente da invidiare all’Inghilterra, la Germania e Stati uniti.

La vostra etichetta è la Black Candy, etichetta fiorentina tra l’altro di alcuni vecchi dischi del Santo Niente e altre uscite interessanti. Come vi siete trovati?

Li conoscevamo già prima di arrivare a definire l’uscita del disco. Veniamo da esperienze diverse e gruppi diversi; conoscevamo già i ragazzi della Black Candy che si sono interessati al nostro progetto prima che entrassimo in studio. Una volta finito l’album glielo abbiamo mandato e ci hanno detto se volevamo esordire con loro e ne siamo stati ben felici perché la Black Candy è un’etichetta di tutto rispetto tra le indie label italiane.

Definite la vostra musica “silence against noise”. Perché questa definizione?

Il disco è un saliscendi di ritmo ed emozioni, ovviamente ci prendi un po’ quello che vuoi dall’ascolto del nostro disco. Parte piano, poi va forte, poi va giù, poi ritorna in alto, il live è sicuramente energico.

Che cosa conservate di questi mesi di live in giro per l’Italia?

Ci sono bellissimi locali dove abbiamo suonato. Non è vero che in Italia si ascolta solo musica italiana ma c’è anche gente che vuolecose nuove e ha bisogno di questo tant’è vero che durante il nostro live s’instaura sempre un rapporto molto vero e diretto con lo spettatore; questo ci ha portato a scendere dal palco col sorriso a fine concerto e a raccogliere consensi. La gente va anche oltre la musica e capisce questo messaggio emotivo che noi diamo. Si trasmette qualcosa durante il concerto e lo spettatore preparato se ne accorge e il messaggio gli arriva.

Il vostro disco è un viaggio terapeutico che rievoca i freddi spazi scandinavi. A mio avviso, il brano migliore è WallGazing. Com’è nato questo brano?

Eravamo in studio con un amico che si era immerso nel mondo della musica classica, ha suonato un giro di pianoforte e l’abbiamo looppato. È stata l’ultima canzone che abbiamo scritto prima di entrare in studio, si sente forse che è più matura rispetto ad altre perché l’abbiamo fatta un anno dopo rispetto alla prima che avevamo composto quindi la differenza si sente. Cerchiamo di collegare sempre i titoli a un’immagine, e con Wallgazing ci siamo immaginati una persona con la faccia al muro e che lo fissa.

Concludiamo con gli ascolti del momento.

Trentemøller, 65daysofstatic, Boards of Canada, Moderat, Mount Kimbie, Lapalux, James Blake… Ascoltiamo un sacco di musica prima di entrare in studio e avere più spunti per scrivere.

Carmelina Casamassa

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