Arianna Antinori – s/t

L’onestà prima di tutto. Poggio questo disco nel lettore e quando smette di girare penso “carino, ma nulla più” e “la voce di lei vuole emulare a forza quella di Janis Joplin“. È stato un ascolto distratto, fatto mentre facevo altre cose. Eppure pensavo di averlo decifrato, il disco. Mi sbagliavo. Avrei potuto finirla lì, senza troppi patemi. Sennonché una mia regola in tema di musica recita chiaro: “Mai fermarsi al primo ascolto“. Ha avuto ragione anche questa volta.

Facciamo le presentazioni. Lei che vuole imitare a forza Janis Joplin è Arianna Antinori. E non vuole imitare proprio nessuno. Anche se nel suo curriculum figura la vittoria del primo premio indetto a livello mondiale dalla famiglia Joplin per la miglior interpretazione di Mercedes Benz. Forse all’inizio era così, quando con i suoi The Turtle Blues rinverdiva il mito di “Pearl”. Non più adesso, non nell’istantanea scattata con l’omonimo album di debutto, “Arianna Antinori” appunto.

Vogliamo utilizzare proprio Janis Joplin come metro di paragone per fugare ogni dubbio? Allora, tanto la sua voce era dolce e disperata, riflesso dei suoi demoni interiori, tanto quella di Arianna trasmette una sorta d’intima pacificazione. D’altronde, proprio lei in un’intervista aveva rivelato: “Per me Janis è stata la sorella maggiore che mi ha insegnato a non seguire il suo esempio, ma che mi ha salvato la vita e mi ha portato a non annientarmi”. Ha dalla sua una voce versatile, Arianna, dai diversi registri, che conduce l’ascoltatore nelle varie sfaccettature del disco. E cioè, momenti fisici (I Give) e pacati (The River’s End), spensierati (Shut Up) e intensi (Our Days). Non a tutti piacerà, così come non tutti gradiranno la scelta di non masterizzare il disco.

I testi parlano di lei, anche se non sono stati scritti da lei. E ve n’è anche uno dell’immancabile Janis, da lei mai inciso (Can’t Be the Only One).Musicalmente supervisionato da Jean Charles Carbone e Marco Fasolo (Jennifer Gentle), “Arianna Antinori” è ancorato in territori per lo più rocchettari, senza disdegnare incursioni pop e blues (poco: ehi, un’altra differenza con Janis).

Insomma, siamo di fronte a una buona opera prima. Vibrante. Peccato solo per l’inglese. La curiosità ora è: come evolverà il progetto artistico di Arianna? E soprattutto, la sentiremo mai cantare nella lingua di Dante?

Christian Gargiulo

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