Mombu – Niger

mombu - niger

Quando Luca Tommaso Mai, sassofonista di Zu-iana memoria, e Antonio Zitarelli, custode delle pelli dei Neo, hanno deciso di unire le loro forze per dare al jazz-core una revisione in salsa afro-mistica con il nome di Mombu non è stato un giorno come un altro, ma un momento decisivo, la certezza che un incontro tra molteplici etnie e al contempo una continuazione di quanto già sperimentato precedentemente da ciascun elemento fosse possibile. Così è stato, e se l’album omonimo del 2011 ha segnato un punto di rottura, come anche la successiva riedizione “Zombi”, lo split condiviso con il chitarrista Paolo Spaccamonti ha inaugurato l’entrata in scena definitiva delle molteplici sfaccettature del panorama metal, da sempre uno dei punti di riferimento dei Nostri. Ma occorreva il bisogno di dare a tale spunto la giusta voce in capitolo, senza nulla togliere al nucleo del progetto. L’obiettivo di questo “Niger“.

E così avviene la continuazione di quanto appreso nello split di cui sopra per portare il suono dei Mombu a livelli massimi, un passo decisamente fondamentale, ma che non si ferma esclusivamente a questo. A cominciare dal taglio della title-track, lieve cordone ombelicale dagli inizi fino ad oggi, dove il Mai, posseduto da forze oscure, con il suo sax sfocia in costruzioni zorniane, ma anche quasi zappiane, presenti anche in quell’Adya Houn’to già ulteriormente inebriata di sangue africano, lo stesso che caratterizza un ospite d’eccezione come Mbar Ndiaye, la cui presenza diventa di grande rilievo nella lenta e cadenzata danza di Carmen Patrios e in una Mighty Mombu dove spicca un ulteriore contributo, quello del chitarrista Marco “Cinghio” Mastrobuono, che porta a un’autentica estremizzazione del thrash e del death metal, ricollegabile a quanto già compiuto da quest’ultimo con i Buffalo Grillz, e lievemente accennata da 667 A Step Ahead of the Devil, più vicina al secondo caso che al primo. Non da meno gli echi Neo-iani udibili nel drumming di Zitarelli e presenti in una Seketet che lentamente emerge da quella grotta fatta di rumori che paiono drone, feedback, eppure sono la manifestazione del “rumore del silenzio”, mentre The Devourer of Millions, in meno di dieci minuti, equivale a un grido all’improvvisazione libera che dà un’adeguata sintesi di quanto sapientemente illustrato dai nostri.

Là dove la struttura ossea degli Zu ormai pare essersi sgretolata, e se definitivamente o momentaneamente ancora non è chiaro, l’ennesima conferma del combo Mai-Zitarelli fa tirare una volta per tutte un respiro di sollievo. Un’opera come “Niger” sta lì apposta, in quanto mistura da assaporare fino in fondo ed esperimento volto ad attraversare più fasi di quanto previsto inizialmente. I Mombu sono vivi, lunga vita ai Mombu.

Gustavo Tagliaferri

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