Ricordi d’altri mondi: intervista ai Crystal Phoenix

Prendendo a pretesto la ristampa del primo album omonimo dei Crystal Phoenix dello scorso anno (a vent’anni dalla pubblicazione, numero uno del catalogo della Black Widow Records), abbiamo intervistato la fondatrice MyriamSagenwellsSaglimbeni. Una buona occasione per (ri)scoprire quella che, a nostro parere, è una delle realtà più sottovalutate della scena metal (e non) italiana.

Myriam, qual è la storia dei Crystal Phoenix?

Mi perdonerai se ti rimando alla pagina web del nostro sito? http://www.crystalphoenix.it/Breve-storia.htm

C’è qualche significato simbolico dietro al nome del gruppo? 

La fenice è un animale mitologico, come il drago. Simboleggiano la conoscenza interiore e le paure umane. In particolare la fenice rinasce dalle proprie ceneri, è il fuoco e la forza vitale. Il cristallo è come ghiaccio, freddo e come una lama, ma è anche molto fragile. Così, la “fenice di cristallo” diviene una creatura che simboleggia tutti, perché ha una doppia natura: fuoco-ghiaccio, luce-oscurità, in ultima analisi, la natura umana. Inoltre, la fenice, prima di rinascere, deve morire: è la lotta interiore che c’è in ognuno di noi.

Qual è il tuo background musicale? Hai delle basi classiche?

Ti racconto un aneddoto. Quando frequentavo le scuole medie, l’insegnante di arte mi ha chiesto che musica mi piacesse. Le ho risposto che la musica non mi piaceva (!). La prof. per nulla intenzionata ad arrendersi, dopo aver spiegato che forse non avevo ascoltato proprio tutto, mi ha fatto ascoltare un pezzo di Vivaldi. Alla fine, mi ha chiesto nuovamente se anche quel brano non mi piacesse. Le ho risposto che no, quel brano lo trovavo bellissimo. Da allora, ho capito che dovevo cercare la mia musica, che dovevo scavare e trovare la mia musica, quella che esprimeva sensazioni che a me sarebbe piaciuto esprimere. Mi piacciono vari generi: dalla classica (Bach, Vivaldi…), all’epic-metal (Manowar, Rhapsody, Thy Majestie…), alla musica folk irlandese, ma anche i Dream Theatre, Ozzy Osbourne (in modo particolare con Randy Rhoads alla chitarra), Malmsteen… ce ne sono tantissimi.

One woman band. Come affrontasti, da sola, le registrazioni del primo album dei Crystal Phoenix?  Oggi registrare un album da soli è facile grazie alle moderne tecnologie, ma negli anni ’80?

Effettivamente qualche difficoltà c’è stata. Non tanto per la registrazione (il tecnico è stato molto competente), ma per la composizione del gruppo live. All’inizio rispondevo alle inserzioni che cercavano un chitarrista, mandando un demo firmato “M. Saglimbeni”. Venivo convocata e quando vedevano che ero una femminuccia, tergiversavano e non mi richiamavano. Così, ho deciso di fondare il gruppo (chi fa da sé, fa per tre). Quando mi è stato comunicato che ero tra i cinque artisti selezionati per incidere un disco, sono stata contentissima, ma ho dovuto andarci da sola, perché nel frattempo i componenti del gruppo si erano nuovamente persi. È una difficoltà che è la stessa di sempre: la maggior parte delle persone vuole emergere subito, non sa aspettare e combattere per una passione. Anche adesso.

Immagino che non sia un album che ha preso forma in sala prove, ma in cameretta. Mi sbaglio?

No, certo che non ti sbagli! In effetti fin da piccola “avevo in testa” queste canzoni. In modo particolare la musica e gli arrangiamenti. Ho imparato a suonare per riprodurli il più fedelmente possibile a quello che immaginavo. In modo particolare le emozioni si dovevano intuire ascoltando la musica, anche senza le parole che ho aggiunto più tardi.

Hai mai pensato di registrare nuovamente l’album?

Mi piacerebbe rifare alcuni pezzi con un sound o con arrangiamenti differenti. Però, prima mi piacerebbe terminare con il terzo lavoro il concept iniziato.

Hai curato da sola tutto il disco, compresa la splendida copertina, che secondo me rievoca lo stile delle opere di Go Nagai.

In effetti, l’argomento che sempre più mi ha interessato è quello della lotta tra luce e tenebra, che si differenzia dall’oscurità. Il chiaro – scuro evidenzia i particolari, i colori e fa percepire l’oggetto in questione con molteplici sfaccettature e sfumature. Nel chiaro deve esserci un po’ di scuro e nell’oscurità deve esserci un po’ di chiaro (come Jing e Jang), mentre nella tenebra assoluta tutto marcisce e si deforma. Go Nagai rende benissimo questo concetto nelle sue opere. Un po’ è il concetto dei personaggi di “Star Wars”: Anakin e l’Imperatore. Il primo inizialmente cede quando pensa di non aver più nulla da perdere (popolo, maestro, famiglia), ma si redime perché ritrova un motivo per riprendere il proprio codice, il proprio onore. L’Imperatore, invece, uccide il proprio maestro per il potere e la conoscenza e tutti quelli che lo possono ostacolare, uccide se stesso. Non può redimersi, perché è ormai deforme anche nella propria anima, ha compromesso tutto, è divenuto egli stesso, menzogna.

Molti musicisti metal s’ispirano, nei loro testi e nelle atmosfere dei loro brani, agli immaginari letterari del fantasy e della fantascienza, prendendo spunto da scrittori come George R. R. Martin (The Sword), J.R.R. Tolkien (Blind Guardian, Led Zeppelin, Camel, ecc), Michael Moorcock (gli Hawkwind e l’album “The Chronicle of the Black Sword”) ecc, ma anche a “Dungeons & Dragons”. Quali sono le tue letture preferite? Ci sono scrittori che ami particolarmente? Quali di questi hanno ispirato il concept dell’album?

Le mie letture hanno spaziato dalla filosofia, al fantasy, alla fantascienza, alla mitologia, alla simbologia, all’archeologia… (mi sono laureata in Fisica ed in Teologia, perché ho sempre tentato di riassumere il sapere: mi spiego, volevo considerare i problemi da tutti i lati, sia dal lato tecnico, sia dal lato antropologico). Tra i preferiti sicuramente Azimov, Tolkien, Hesse, Nietzsche… mi interesso di mitologia nordica in modo particolare pre-Scandinava. Da quando ero piccola, cerco, leggo, cose di questo genere. Ovviamente l’influenza si sente.

Conosci i Rhapsody (of Fire)?

Certo! Li apprezzo tantissimo! Sono bravissimi e mi piacciono molto anche i loro testi. Hanno notevole potenza e tecnica. C’è tutto!

Alcuni brani dell’album e la sua atmosfera generale richiamano da vicino il folk inglese degli anni settanta, la tradizione bretone, la musica di Alan Stivell. Qual è il tuo rapporto con quel tipo di musica?

È uno dei generi che preferisco ascoltare in alcuni momenti, in genere quando sono abbastanza serena. Adoro in particolare la McKennitt, gli Altan, ma anche i Soldat Louis, e tanti altri. È un tipo di musica che ti porta indietro nel tempo in maniera soft: ti sembra di stare su una nuvola, mentre guardi e pensi a storie di altri tempi.

Nel metal italiano ho sempre avvertito la mancanza di una figura femminile di riferimento, e sento che potresti essere tu.

Purtroppo in Italia vale il detto: “Nessuno è profeta in patria“, ma mi piacerebbe tantissimo! Anche se per le donne è un po’ più difficile.

“Crystal Phoenix” è stato il primo disco pubblicato dalla genovese Black Widow Records. Sei orgogliosa di aver inaugurato il loro catalogo?

Perché no. Certo fare da apripista è un impegno e una responsabilità. Spero di essere stata all’altezza di questo compito. Spero anche di poter proseguire su quest’ardua strada.

Marco Gargiulo

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