Elio e le Storie Tese – L’album biango

Toccare certi argomenti significa entrare in una tana di lupi, consapevoli di quelle che saranno le conseguenze. Nella musica, poi, quando si tratta di discutere del presente di gruppi che hanno avuto un passato di tutto rispetto, il discorso è immenso. Specie se ci si chiama Elio e le Storie Tese e da diversi anni si danno alla luce, a intervalli più o meno regolari, dischi, parodie e sorprese di vario tipo, tra “Studentessi”, talk-show dandiniani e santoriani, radio, spot e X-Factor, il tutto con il beneplacito del pubblico generale. Sarà perché, volenti o nolenti, dopo il 2003, anno in cui “Cicciput” ha rappresentato una sorta di canto del cigno, dopo anni di opere contenenti alcune delle perle di maggior valore del proprio repertorio, di tornare al capolavoro non se ne parla proprio, causa probabile favorimento della tecnica, indubbiamente mai venuta meno, rispetto alla qualità, eppure ritrovarsi faccia a faccia con il Belisari e soci oggi fa sempre un certo effetto. Non fa eccezione questo nuovo lavoro in studio, non a caso intitolato “L’album biango“, come da tradizione beatlesiana.

E se anche a loro è toccata, stavolta per la seconda volta come concorrenti, la carta sanremese, come per Marta sui tubi e Almamegretta, anche stavolta il risultato è convincente solo a metà: se Dannati forever è un brano abbastanza simpatico e orecchiabile, forse non considerato quanto avrebbe meritato e meriterebbe, La canzone mononota, tanto osannata a destra e a manca, è un esercizio di maniera forzato dall’inizio alla fine, la Parco Sempione del 2013, se non addirittura uno dei brani più sopravvalutati degli ultimi anni. Modalità di azione dalle quali non si distanziano Amore amorissimo, una sorta di Le mille bolle blu dei giorni nostri priva della verve dell’interpretazione di Mina, malgrado l’uso dei suffissi, una Come gli Area che, se ben aperta dall’improvvisazione Reggia, poi si tramuta in un elogio che non rende grazia al gruppo di Demetrio Stratos, fatta eccezione per l’intermezzo strumentale che anticipa il finale, e una Il ritmo della sala prove, banale divertissement sulle disavventure tipiche delle jam session, per la quale vale lo stesso discorso, salvo che a chiuderla è un solo di armonica di bennatiana memoria. A portare un po’ di brio, fortunatamente, ci pensano l’educazione sessual-internettian-maccheronica dell’inno anti-spam Enlarge (your penis), la parabola discendente di Luigi il pugilista, il connubio solar-pop 80’s/hard-rock di Lampo, i toni 60’s della spensierata Una sera con gli amici e quel Complesso del Primo Maggio che ha fatto tanto discutere, ma che si conferma come l’ultimo grande pezzo realizzato del complessino, oltre ad avere un cameo di tutto rispetto come quello di Eugenio Finardi, la cui voce caratterizza anche l’introduzione di A piazza San Giovanni.

Ascolto dopo ascolto, questo “Album biango” non stupisce né in bene né tantomeno in male. Ormai Elio e le Storie Tese sono quasi un’istituzione, e in quanto tale si confermano altalenanti tra manierismi e qualche perla da non poco conto, come la regola del buon artigianato vuole. Alla fine è anche comprensibile, visto che gli anni passano e loro non vengono meno a tale proposito. Sebbene, separatamente come tutti insieme, con o senza i tipici citazionismi, un sorriso sappiano ancora strapparlo.

Gustavo Tagliaferri

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