Ingranaggi della valle – In Hoc Signo

Un nome altisonante che richiama i gruppi progressive italiani dei fiorenti anni ‘70, senza deludere le aspettative. Questi giovanissimi romani dimostrano che si può tornare indietro di parecchi decenni senza risultare anacronistici o grotteschi, mantenendo, dunque, un gusto retrò intriso di fascino e saggezza.

L’eccellente tecnica dei singoli membri viene asservita all’intento comune di ricreare una sperimentazione matura e un lavoro altamente musicale e solido, concentrando il focus del lavoro sul controverso tema delle crociate.

Agli Ingranaggi della valle si può forse rimproverare di aver appesantito alcuni passaggi di tracce vicine all’interminabilità, ma al contempo bisogna render loro merito per aver scandito ogni minuto di questo disco con eleganza e precisione. Quegli sprazzi di eccesso, che rendono prolisso lo sviluppo di un paio di brani, non sembrano esser frutto di autocompiacimento ma, al contrario, risuonano come i ruggiti di una gioventù che vuol dimostrare di saper fare, saper costruire e, soprattutto, saper suonare.

Nonostante gli innegabili riferimenti diretti alla scuola progressive italiana, il luogo comune viene schivato, e le frizzanti atmosfere di questo concept spazzano via l’odore di vecchio, di polvere e di muffa, appartenente a quei dischi usurati, dimenticati in cantina e ripescati dopo 40 anni.

Le suggestioni sulle crociate e sull’oriente vengono vocalizzate in modo convincente da Igor Leone, il quale trasmette con grazia i colori e i profumi di uno spazio lontano, quasi tramutandosi in un filo di fumo d’incenso, che accompagna i crociati nelle peripezie per mari e strade assolate e polverose. Di gran classe gli assoli di Flavio Gonnellini, solista solido e fortemente espressivo, in grado di impreziosire l’ottimo lavoro della band con delle melodie vivaci e interessanti.

Per il prossimo album ci aspettiamo un ulteriore salto di qualità in termini di personalità e d’identità, nella speranza che questi talentuosi giovani possano segnare la prestigiosa storia del progressive italiano.

Adrian Nadir Petrachi

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *