Santo Niente – Mare Tranquillitatis

Una discarica a cielo aperto che appare come l’ideale ancora di salvezza da quella realtà che a sua volta presenta più rifiuti della discarica stessa. La casa ideale per quelle due donne che in un bacio vedono una via di fuga e che non fanno mistero della propria condizione, se non della propria identità, ma anche per diversi altri personaggi che la strada la conoscono bene, ma tanto bene da esserne protagonisti, in barba ad un’ipocrisia dilagante che non lascia scampo e che soffoca molti tentativi di fuga da essa. Vagabondaggio, travestitismo, disagio e decadenza. Nel “Mare Tranquillitatis” c’è tanto da essere felici quanto da essere tristi, e Umberto Palazzo, da sempre, deus ex machina del Santo Niente, lo sa molto bene, circondatosi com’è oggigiorno di musicisti di tutto rispetto, dai Death Mantra for Lazarus agli Zippo, e con un’idea ben precisa di quanto illustrato. Uno spunto ideale per riprendere quanto temporaneamente sospeso e intervallato sia in chiave solista sia con il Santo Nada.

E se da una parte Le ragazze italiane, unico momento totalmente cantato, con le sue liriche ridotte quasi all’osso, verso per verso, si richiama alla lezione stoogesiana, ma con un tocco di noise in più, la Cristo nel cemento che la precede dà luogo al lamento di un colonnello Kurtz che, da “Apocalypse Now” con furore, si adagia sulla tagliente e ossessiva linea di basso di Tonino Bosco, su una declamazione che annichilisce i ghirigori capovilliani d’oggigiorno, ritrovandosi in una dimensione di stampo berlinense, futuristica, post-industriale. Ma è con i brani immediatamente successivi che si raggiunge il cuore pulsante dell’album. C’è il trascorso di Un certo tipo di problema, dove dei vagiti post-punk, se non vicini anche a certi Radiohead dell’epoca “In Rainbows”, si fondono con una narrazione più vicina, stilisticamente parlando, a un Max Collini, con molte più distorsioni e meno elettronica, piuttosto che a un Emidio Clementi, oppure il ritorno alla luce di un travestito conosciuto come Maria Callas, descritto al suono di un arrangiamento malinconico, tipico di un Van Morrison, o persino Harry Nilsson, che si ritrova a cantare sul viale del tramonto con il savoir faire degli Air (!), lontano da quanto già espresso con i Death Mantra for Lazarus due anni fa, e il minimalismo quasi jazzato che fa da sfondo ai trascorsi dell’emigrante Sabato Simon Rodia. Come se non bastasse, arrivare indenni agli undici minuti di Primo sangue significa raggiungere l’apoteosi, rappresentata dai Neu! che entrano a colloquio con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, uscendo entrambi, con grazia ed eleganza, vincitori.

La fervida mente di Palazzo è qui a dimostrarlo. Altrettanto l’evidenza del fatto che tuffarsi nel “Mare Tranquillitatis” significhi, a lungo andare, sopravvivere alle angherie del mondo esterno fatto di pregi e difetti. E quando a fare da traino è lo stesso Santo Niente, si capisce come album di questo tipo non solo mostrino una certa freschezza, ma fanno solo onore a un progetto che gode tuttora di ottima salute.

Gustavo Tagliaferri

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