Carcass – Surgical Steel

A volte, per fortuna, ritornano. Ritornano per tirare le somme da quel giorno in cui, dopo i continui rimandi di “Swansong”, avevano deciso di chiudere i battenti. Ritornano pregni di quell’energia che li aveva caratterizzati sin da allora, senza stantie dichiarazioni introdotte da fronzoli e orpelli. Ritornano di conseguenza per dare i natali a un nuovo inizio, una riaffermazione della propria essenza e al contempo qualcosa per nulla uguale a se stesso. Ritornano anche senza il batterista che li aveva accompagnati ai tempi, quel Ken Owen a cui si è sostituito prima Daniel Erlandsson e poi Daniel Wilding. È evidente che parlare dei Carcass significa entrare non tanto in un ambito disturbante, devastante e non certo meno interessante quanto quello del death metal, ma in particolar modo di uno dei suoi punti più alti, fatti di ricerca musical-mnemonica e anatomica. Per questo l’uscita di questo “Surgical Steel” non può che essere salutata con grande stima.

Pensare a “Necroticism – Descanting the Insalubrious” e “Heartwork”, lavori che hanno fatto sì che la band entrasse tra i mostri sacri della categoria in analisi è la prima cosa che viene in mente una volta partito l’ascolto. Un ritorno al periodo d’oro fatto di complessità e strutturazioni a mò di operazioni chirurgiche, scelte non casuali, da una parte, e ricerca di melodie intense e taglienti allo stesso tempo dall’altra, oltre che le sempre ineccepibili performance vocali di Bill Steer e Jeff Walker, dei pugni che entrano nello stomaco e squarciano la spina dorsale. Caratteristiche che partono dal riff introduttivo di 1985 per poi muoversi tra i due minuti di nichilismo di Thrasher’s Abbatoit, un immediato nuovo classico del loro repertorio, costruzioni che mantengono fede alla “Necroticism”iana memoria, come Unfit for Human Consumption e Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard, o le ancora più spigolose Cadaver Pouch Conveyor System e Captive Bolt Pistol, testi sempre all’altezza della situazione, lucidi e dritti al punto, come in A Congealed Clot of Blood e The Master Butcher’s Apron, con tanto di doppio pedale introduttivo che si richiama alla formula grindcore degli inizi, effetto tipico dell’ottimo lavoro nel drumming da parte di Wilding, e una Mount of Execution che è probabilmente la cosa più vicina a “Heartwork” del disco, oltre che uno degli episodi maggiormente riusciti del lotto.

Là dove la corrente death sembra essersi sfaldata, ma solo apparentemente, il fatto che i Carcass abbiano ancora parecchie cartucce da sparare lascia più che un barlume di speranza, e “Surgical Steel” è l’ideale colonna sonora di un’ipotetica operazione chirurgica non tanto nel petto dell’ascoltatore, quanto nel suo cervello, visto quanto sopra. Il beneficio è garantito.

Gustavo Tagliaferri

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