My two cents#17

My two cents

In questo numero: Cut/Julie’s Haircut, Nient’altro che macerie, Fargas, Love the Unicorn, Spam & Sound Ensemble, WAS, Mimes of Wine, Calcutta, Flora & Fauna, Gli Anni Luce.

Cut/Julie’s HaircutDowntown Love Tragedies (Pts. I &II) (Gamma Pop)

Bologna e Modena. Modena e Bologna. Collegamenti non inusuali, tipici di una vita fatta di musica e di palchi condivisi più volte assieme, ma anche di condivisione di una passione come quella per il soul degli anni ’70, tale da riversarsi in uno split, come quello che anima le “Downtown Love Tragedies” in esame, tanto care a due band come Cut e Julie’s Haircut, rispettivamente impegnate nello stravolgimento di Emma degli Hot Chocolate e Who Is He (And What Is He to You)? di Bill Withers. Arrangiamenti stravolti, ma tali da non lasciar dissolvere nell’aria lo spirito originario. Come se i Suicide fossero tornati indietro nel tempo per vedere i propri natali all’interno di qualche comunità di colore, sfociando in soffusi blues di stampo ’60s, cantato doorsiano ed organi Hammond in subbuglio, per quel che riguarda i primi, fino all’autocitazione di Dream Baby Dream, oppure entrando in contatto con basi elettroniche lente e cadenzate, in connubio con riff made in Television, sotto la voce di un Nicola Caleffi in estasi. È il fascino del soul visto da altre prospettive, come a ricordarsi che è anch’esso parte di quel meccanismo che ha permesso l’evoluzione del mondo della musica. Un obiettivo, chiaramente, portato a compimento da entrambe le band.

Gustavo Tagliaferri

Nient’altro che macerie – Al vento (V4V Records)

La scelta di pubblicare due dischi a neanche un anno l’un dall’altro potrebbe esser considerata “coraggiosa”, se in ciò non si palesasse una altissima dose di sfacciataggine. Con “Circostanze” infatti, i Nient’altro che macerie, trio milanese, confermavano le ormai ponderate paure: siamo circondati da band emocore, scimmiottanti le poche glorie anni ’90 che a noi miserabili restavano. Ne siamo circondati e non abbiamo scampo, visto poi l’ampio cieco seguito che queste band hanno. Non contenti di aver già esaurientemente espresso il disagio dilagante in epoca contemporanea, fatto di turbe amorose, turbe lavorative ma soprattutto turbe psichiche, i giovani milanesi, sentono il bisogno di pubblicare il nuovo “Al vento“. Dire che questo è un buon disco, fatto bene, ove tutti i pezzi s’incastrano perfettamente e vanno a creare un quadro tutto sommato niente male, non basta più: il mercato nazionale è ormai saturo di lavori sui generis e di gruppi che si coverizzano l’un l’altro, e che pare abbiano come comune obiettivo lo svilire una delle poche valide eredità rimaste, riducendo così l’emocore ad un ammasso di riff fintamente poco curati e testi ripetitivi che posseggono la medesima ricercatezza metrico/stilistica delle poesie di Flavia Vento.

Eliana Tessuto

FargasIn balia di un dio principiante (Snowdonia Dischi)

Un frequentatore della realtà odierna teletrasportato nel passato. Suona buffo, ma potrebbe essere il modo più adatto di definire un musicista come Luca Spaggiari, deus ex machina dei Fargas, il cui modus vivendi sembra essere condiviso dai ragazzi di casa Snowdonia, fautori della pubblicazione di questo nuovo lavoro. “In balia di un dio principiante” è un potpourri pop d’autore dove il nostro, in quanto a verve, riesce dove ha fallito gradualmente Le luci della centrale elettrica (Così l’uomo inventò la strada, Mela di cartone), mostrando un repertorio che tocca Rino Gaetano (Venature di perle, Mi vennero a cercare le mosche), Vasco Rossi (Polo nord, Dolce amica), Francesco De Gregori (Lei nell’aria, Francesco), se non addirittura il primo Luca Carboni (27 gennaio), là dove si muovono anche atmosfere rock a volte simil-hendrixiane a volte tendenti al southern, fino a digressioni meta-psichedeliche (Nuovi paesi, dal richiamo vagamente dalliano) che aprono a felici epiloghi (Con te passerà l’estate). Un insieme corposo e sanguigno, mai stantio o fuori tempo, e che evidenzia la grande voce in capitolo che hanno non solo l’anima e il cuore di Spaggiari, ma anche i restanti della band. Ascoltare per credere.

Gustavo Tagliaferri

Love the Unicorn – Sports (We Were Never Being Boring)

Chi sta scrivendo ha promesso a se stesso di recensire questo disco entro la fine di agosto, quando il caldo costringe a tre docce al giorno per sopravvivere (aggiornamenti: siamo a novembre ma sembra ancora estate). Perché “Sports” – primo disco, o secondo EP? – dei romani Love the Unicorn (nome stupendo, tra l’altro) è un disco da ascoltare dai primi timidi accenni di caldo fino alla fine dell’estate. Avete presente il video della cover di The Rhythm of the Night rifatta dagli Ex-Otago? La spiaggia, il mare, quei colori, quell’infinita malinconia, soprattutto se visionato in autunno. Ascoltando “Sports” si ha la stessa sensazione. Girls e Real Estate sotto l’ombrellone, i Feelies che giocano a racchette sulla spiaggia. Chitarre jingle jangle, con tanto di assoli frizzanti (le bollicine di Ghost & Believers, la malinconia di Girlfriend), morbidi synth (la splendida Toulose). Una canzone più bella dell’altra. Peccato solamente per la durata: solo poco più di 23 minuti. Ma forse è meglio così.

Marco Gargiulo

Spam & Sound Ensembles/t (Retroazione Compagnie Fonografiche/Tannen Records)

Prendete un produttore, in questo caso Ivan Antonio Rossi, mettetelo dentro una stanza e, per non far mancare nulla, donategli la compagnia di Giovanni Succi e Bruno Dorella, pur con la consapevolezza che qui dei Bachi da pietra ci sarà poco, ben poco. Dietro Spam & Sound Ensemble in primis c’è la fervida immaginazione del solo Rossi, atta a smontare pezzo per pezzo il concetto di comunicazione, trasformandolo in molteplici forme di arte moderna, che vanno dal suono di un’oscura techno che pesta ora incessantemente (Ballo del macello) ora a una cadenza più lenta (Nel basso) a un rock-blues scarnificato alla Morphine con tendenze electro-teutoniche (Pills Today Size Tomorrow), da soffusi spoken word alla Tricky (Un pezzo d’intestino) prossimi a divenire ripetuti echi nella confusione totale (la confessione di Cap, Tom Isaac) a improvvisazioni funk d’immediato impatto (Anna Maria Alexander), fino all’omaggio ai Suicide (Ghost Rider) e al free-jazz che fa l’amore ora con un post-rock dalle tinte slintiane (Esitando, la cosa più vicina alla sopracitata coppia Succi-Dorella), ora con gli Autechre, in un tripudio blasfemo e sacrilego (Padreperchemihaiabbandonato). Se ci fosse una piccola bottega di orrori da gustare, questa risponderebbe al nome di Spam & Sound Ensemble. Arduo e avvincente.

Gustavo Tagliaferri

WASA New Place Soon Old (DeAmbula Records)

Un disco buono per un tea rigorosamente “with milk”. Proprio come gli inglesi a cui s’ispirano le trame folk/pop di Andrea Cherchi alias WAS. Ma anche molto milky come la sua scrittura fluida ma mai trasparente. Percorrendo le tracce del suo secondo lavoro, ci si scontra con una scrittura emozionale, quasi impulsiva. I suoni acustici che riecheggiano sempre in ogni brano, danno linearità all’album che scivola via sempre sulle stesse dinamiche. La voce non sforza mai e non va mai a cercare qualcosa di più. Si tiene su quelle frequenze che riescono meglio, talvolta a sottolineare altre volte solo ad accompagnare lo scorrere dei pezzi. Con un po’ di coraggio in più nell’arrangiamento dei brani, il disco catturerebbe meglio l’attenzione dell’ascoltatore. Ma è evidente che sarebbe una scelta troppo ammiccante per WAS, che invece cerca e si muove più sull’empatia sonora. Regalandoci un disco delicato e gentile. Senza la pretesa di catturare a tutti i costi, ma consapevole di una leggerezza ostinata.

Nicola De Amicis

Mimes of WineMemories for the Unseen (Urtovox Records)

Come musicare dolcemente il volo di un usignolo. La prima impressione che scaturisce ascoltando la voce di Laura Loriga non si discosta da una visione del genere, tipica di chi vive, quasi per caso, come se fosse dappertutto e in nessun luogo. Del resto un collettivo come i Mimes of Wine è incentrato su di lei, e se “Apocalypse Sets in” aveva lasciato intuire le grandi potenzialità di un simile talento, con “Memories for the Unseen” il discorso introdotto viene esteso con maggiore grazia, servendosi di un songwriting d’autore, come se i Portishead, ma anche certe sonorità d’autore 70’s, si ritrovassero con un feeling molto jazzy. Ci si rende protagonisti di uno scenario dove si confondono linee di pianoforte prima lugubri (Yellow Flowers) e poi più calde (Auxilio, Silver Steps), archi che dilaniano il raziocinio e lo fanno proprio (Ester), improbabili cornamuse (Teethmaker), incursioni in un pop raffinato (Charade), lievi ballate acustiche (I Will Marry You), folk-blues sbilenchi (Hundred Birds) e quant’altro. Ma basterebbe gettarsi alla scoperta di Aube per lasciar intendere quello che è il succo generale di un’opera dove l’imitazione non ha voce in capitolo, ed è sostituita dalla voglia di non lasciarsi scappare ulteriori ascolti. Con la voce della Loriga, poi…

Gustavo Tagliaferri

CalcuttaForse… (Geograph Records)

Quello che rimane più impresso della poetica di Edoardo Calcutta è la sensazione di una familiarità spontanea, di una sera passata con un amico che non vedi da tanto tempo che ti racconta le sue storie e il suo mondo. Il modo che ha di cantare e interpretare i pezzi contenuti in “Forse… ” investe per immediatezza e per la quasi totale mancanza d’inutili orpelli. Diretto e schietto! Quasi a fondere il confine fra musica e racconto. Un modo efficace per esprimere senza troppi giri di parole o ridondanti suoni ricercati: storie d’amore, assurde fantasie o quotidiane vicende. Accompagnato da un ritmo scanzonato di chitarra mai arpeggiata, che fa pensare al Sudamerica o a un falò sulla spiaggia. Ascoltare Calcutta è come una serata a cena, alcolica e sincera.

Nicola De Amicis

Flora & Faunas/t (Ice for Everyone)

C’era una volta un trio, che con le sue evidenti influenze math-rock ha fatto la differenza nel variegato panorama di fine anni ’90 made in Italy. C’era una volta e, con la complicità della Ice for Everyone, c’è ancora. Con una fresca ristampa di quest’unica opera pubblicata nel corso della loro carriera, è così che i Flora & Fauna tornano in scena. Un recupero che non corrisponde a una semplice riscoperta, ma sta a simboleggiare il mantenimento di quella rabbia tipica di una Livorno sempre in prima linea, quando si tratta di tirare fuori gli artigli (come si evince anche dall’operato di uno come Enrico Amendolia), un esordio dove a essere in prima linea sono gli Shellac, da una Lettera che è la controparte italiana di Crow al furioso andamento di Materia 4Materia 3, ma anche i Fugazi non sono da meno, come insegna Lezioni di volo. Come hanno una certa risonanza Giorni, forse il brano che riassume adeguatamente quello che sta alla base del progetto, l’insolito sapore bucolico rintracciabile in una moderna Pork Chop’s Little Ditty come la conclusiva Cantilena ed anche, seppure in maniera minore, il funk tagliente di Altalena. Il tutto per un risultato di livello, che apre le porte a una nuova vita per i nostri.

Gustavo Tagliaferri

Gli Anni LuceMr. Kiss (DeAmbula Records)

È un viaggio lungo e imprevedibile. Intravedi dei binari ma non sai dove ti porteranno, cosa ci sarà dietro ogni svolta e quale sarà la prima stazione. Il viaggio lungo cinque brani è “Mr. Kiss” de Gli Anni Luce, e i binari sono il post-rock e la psichedelia. Un disco totalmente strumentale che ti rapisce e ti porta dove vuole senza il minimo sforzo tra grandi riverberi, delay e sali-scendi sonori di grande impatto pronti a sfociare ora in aperture malinconiche ora in violente virate. La forma canzone viene totalmente dimenticata e ci si butta a capofitto in lunghe e imprevedibili jam session dove la band dimostra grande gusto e un tocco di inaspettata follia che rende il lavoro totalmente imprevedibile e non mi stupisce che sia stato registrato proprio così. Non è un disco che puoi mettere in macchina o ascoltare distrattamente perché svanirebbe tutto il significato, è un lavoro da assaporare con grande calma e in cuffia per non perderne nemmeno una sfumatura o un’impercettibile variazione. Impossibile citare un brano più di un altro perché potrebbe tranquillamente esserci una sola traccia di trenta minuti. Persino gli stravaganti titoli dei brani sembrano funzionare in quella che è una dimensione in bilico tra magia e follia.

Daniele Bertozzi

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