VideoVisioni: OvO – Tokoloshi

Acqua, maschere, foglie. E di nuovo maschere, corpi che ballano, fumo, sangue. La tribalità con cui inizia il videoclip di Tokoloshi degli OvO, girato da Simona Diacci, si presenta violentemente come un rito pagano che mal tollera tutto ciò che è ordine, costruzione, regola. L’assenza di omogeneità del suono cammina in parallelo con quella visiva. Due corpi escono dall’acqua, si guardano intorno, si levano le maschere, lo schermo si divide in due (unico intervento grafico in tutto il video). Subito dopo in un bosco altre maschere danzano, saltano, ripresi da punti statici, con pochi movimenti di macchina, chiusi in lunghezze focali strettissime e claustrofobiche.

Visivamente la frenesia è affidata ai movimenti dei corpi e al montaggio schizofrenico, che manca di una ritmica costante, di una scelta precisa, che alterna ralenti, split screen, dettagli, campi lunghi, stacchi a tempo brevi e fuori sync veloci. Il tutto guidato da una regia che sceglie disorientanti punti di vista e brevi panoramiche, rimanendo tuttavia pressoché “statica”, anche con riprese girate con camera a spalla. L’attenzione si sposta poi in uno spazio nero, in cui gli unici elementi che guidano l’azione sono elementi di disordine. Persone si muovono freneticamente “guidati” da un personaggio che indossa una maschera demoniaca, l’unico che danza per movimenti ordinati e circolari, in un vortice di “luci parassite” e colori sbiaditi. Nello stesso spazio gli OvO ritmano voci e distorsioni, immersi in quello che sembra più un rito propiziatorio piuttosto che una performance musicale davanti ad un pubblico o un più semplice rave.

La maschera, il sangue, la polvere bianca con la quale si disegna uno strano simbolo su un pavimento nero. Gli oggetti che per natura sociale appaiono come elementi che celano o che vengono celati, sono ricerca di libertà per coloro che prendono parte alla danza sfrenata. Una libertà fisica, naturale, che i danzanti sembrano raggiungere nella distorsione del suono e della luce, con un sacrificio purificatore che chiede il loro stesso sangue. “La natura è il tempio di satana” afferma la protagonista ne l'”Antichrist” di Lars Von Trier, ed è nel simbolismo pagano vicino a quelle divinità proibite che gli OvO riconoscono lo strumento visivo perfetto per esorcizzare il caos della loro musica.

a cura di Jacopo Maresca

VideoVisioni: analisi, visioni, impressioni. Critica e recensioni dei videoclip contemporanei.

Suono, scrivo e faccio video. A Milano per studiare il cinema e i nuovi media.

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