Mark Lanegan – Imitations

Quando l’eco non si è ancora spento degli ottimi “Blues Funeral” e “Black Pudding” (quest’ultimo realizzato in tandem con Duke Garwood), Mark Lanegan non smentisce la sua ormai proverbiale prolificità, aggiornando la sua sfaccettata e generosa discografia con un nuovo album, questa volta composto interamente di cover. Tutt’altro che una novità, ça va sans dire, per gli aficionados laneganiani, essendo di rielaborazioni e rifacimenti già largamente disseminata la sua discografia; ed essendo uno tra i suoi (tanti) episodi più significativi proprio un album di cover, quel “I’ll Take Care of You” con cui quattordici anni orsono colui che era stato il leader degli Screaming Trees rendeva omaggio ad ispirazioni musicali di ben altro genere, al ben noto crocevia tra blues, folk e country.

Se con quel disco-tributo il Nostro voleva in qualche modo riallacciarsi alle radici della musica popolare americana (proponendo, di fatto, se stesso come l’erede di tale tradizione), con questo “Imitations” l’esplicito intento del folksinger di Ellensburg è invece la rievocazione delle sinfonie che ne avevano popolato l’infanzia tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70: quelle per intenderci sparse tra i solchi dei dischi di Dean Martin, Frank Sinatra e Perry Como, per non citare che qualche esempio addotto dallo stesso autore.

Così, calato negli inediti panni di crooner (sia pure, come vedremo, dal piglio tutto decadente), Mark Lanegan ci regala un album dall’atmosfera intimamente autunnale (e non solo perché uno dei brani porta il nome di Autumn Leaves), crepuscolare; esistenzialista, quasi verrebbe da dire, ascoltando il roscio di Ellensburg interpretare da consumato chansonnier un brano come Élégie funèbre di Gérard Manset (e pertanto cimentarsi, sia pure con qualche inevitabile inciampo nella pronuncia, addirittura con la lingua francese). Un effetto a dir poco straniante, e forse proprio in virtù di ciò non privo di una qualche incisività (sebbene la tentazione di accostarlo all’Iggy Pop di “Aprés” rimanga dura a morire). Un certo spleen di baudelariana memoria irradia (si fa per dire) diverse altre tracce di “Imitations”, come la già citata Autumn Leaves, Deepest Shade dell’antico sodale Greg Dulli o Pretty Colors di Frank Sinatra. Parche, ma di discreta fattura (come la sobria ripresa di Flatlands di Chelsea Wolfe o un’accattivante e assai personale rilettura di Brompton Oratory di Nick Cave) le pennellate di colore presenti in questo disco, un divertissement che sostanzialmente nulla aggiunge senza nulla togliere alla carriera di uno straordinario folksinger, che in quest’occasione conferma (come se ce ne fosse bisogno) ancora una volta le proprie superiori doti d’interprete. E proprio in questo sta quello che è a un tempo il maggior pregio e la maggior pecca di questo nuovo capitolo della discografia laneganiana, che rassicura, ribadisce se stesso con gran dovizia di mestiere senza granché sconvolgere, sommuovere sorprendere. Ma da un dichiarato divertissement, un disco fatto più che altro per sfizio non era lecito attendersi di più. O forse sì?

Luigi Iacobellis

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