La poesia dell’attesa: intervista ai Massimo Volume

La data dei Massimo Volume alla Casetta della Musica (una nuova area della più conosciuta Casa della Musica) di Napoli non poteva passare inosservata. Abbiamo quindi pensato di approfittarne per fare due chiacchiere con Emidio Clementi subito dopo il soundcheck. “L’abbraccio” di Ryan Mendoza nei visual, la pioggia incessante e a tratti violenta, portano dritti a un’atmosfera poetica e inquieta che riempie l’aria. È l’uragano de Il primo Dio.

Pensate che il merito della reunion sia da attribuire al tempo che in qualche modo ha fatto il suo dovere, o al fatto di esservi ritrovati in un periodo diverso della vita, in cui le persone di allora sono un po’ cambiate, o quantomeno cresciute?

Chi lo sa, un po’ tutte queste cose messe insieme. È vero che già preparando lo spettacolo di Torino in cui c’era una parte di musica inedita, quella della sonorizzazione de “La caduta della casa degli Usher”, ci siamo trovati bene e ci siamo trovati bene anche perché erano belle le cose che uscivano fuori. Poi è stato facile anche decidere di tornare a lavorare su dei pezzi nuovi, è arrivato anche Stefano (Pilia, ndr), si è formata una bella amalgama.

La mia impressione è che quella bellissima parentesi con gli El-Muniria, rimarrà tale. Come una sorta di transizione necessaria dopo lo scioglimento dei Massimo Volume ma che non avrà seguito. Sbaglio?

Il progetto di fare un altro disco c’è sempre, perché le menti del progetto siamo stati io e Massimo Carozzi con cui ho girato spesso anche per i reading. Il problema è quello di trovare del tempo, perché lui è molto occupato nel fare documentari, però c’è l’idea di fare un secondo episodio, magari più di elettronica pura, senza quella commistione tra acustico ed elettronico che c’era stata poi in “Stanza 218”.

Nei versi delle canzoni, come anche nei libri, ricorrono spesso tanti nomi. Mi è capitato nel corso degli anni di stabilire quasi dei legami platonici con loro, o addirittura di parlare di questi personaggi con un amico, anche lui fan dei Massimo Volume. Sembra ci sia un bisogno di fisicità e concretezza, e lo conferma in qualche modo anche la frase ripresa dall’ultimo libro, “La ragione delle mani” (“La verità è che i volti sono stati ancora più potenti della musica, perché più della musica riuscivano a evocare un mondo irreale e quindi perfetto“), Viene trasmesso questo bisogno di focalizzare i volti, quasi una strategia che funziona…

Si, lo è, e io me ne rendo conto anche da lettore. È chiaro che siamo in un’epoca in cui c’è una descrizione più selettiva rispetto all’800, però quando riesci ad aggrapparti a qualcosa di materiale, di concreto, aiuta sempre ad entrare in una storia. All’inizio è nata a livello istintivo, poi ho capito che era una maniera per prendere per mano gli ascoltatori e portarli dentro al mio mondo. Perché è vero, più è particolare il mondo che si descrive più ha la possibilità di essere universale in qualche maniera.

Penso al nuovo disco e alla copertina. Un disco il cui focus è l’attesa, un’attesa inquieta ma anche speranzosa; il nemico avanza ma ci si prepara a reagire in qualche modo. “Aspettando i barbari” è un disco che ferma il tempo per quaranta minuti, descrivendo quell’attimo fugace dell’attesa, tra la paura e l’adrenalina delle novità.  Può essere definito così?

Si, secondo me è corretta come definizione. È vero anche che di solito sono discorsi che si fanno alla fine del disco per vedere quali sono le linee che lo conducono – lì per lì magari si lavora in maniera un po’ più impulsiva – e si vede dove stanno andando le tracce: anche nella scrittura dei testi, un primo momento è sempre un salto nel buio. Ma credo che l’elemento che lega le dieci tracce sia l’attesa. Di solito come scrittore mi hanno sempre detto che andavo a descrivere il momento dopo che qualcosa era accaduto, stavolta sono arrivato prima dell’evento.

Da un disco registrato completamente in analogico ad un disco che presenta anche una componente elettronica seppur non invadente. Come mai questa scelta? È arrivata lavorando sui brani o c’era già un’idea di fondo?

Già dalle prime prove, vedendo un po’ l’atmosfera che c’era nei pezzi, abbiamo pensato che potesse essere  una carta che potevamo giocare: quando lavori in digitale ti si aprono tante prospettive e quella elettronica è facile da utilizzare, provare fino a che non arrivi al suono giusto. Era una strada a portata di mano. È vero che non è invadente, non è centrale nel disco che resta un disco elettrico, di chitarre.

C’è un impatto completamente diverso da “Cattive abitudini“.

Sì, c’è una diversità di fondo, di affrontare il disco, in maniera netta.

Ad alcuni questo disco sembra “più cantato”, come se ci fosse un maggiore amalgamarsi della musica con le parole, risultando anche più accessibile forse, considerato il pubblico in aumento.

Se il pubblico è aumentato non lo so (ride, ndr). Ho utilizzato più rime che in passato per esempio. Ho lavorato sempre sulle atmosfere che erano già impostate, come già avevo fatto per “Cattive abitudini”. Mi sono messo molto a servizio della musica. In alcune cose che sembrano banali, e che per me invece erano strane, ho messo da parte anche il senso: penso a Vic Chesnutt quando grido “bad habits” che, al di là del rimando a “Cattive abitudini”, non ha un senso narrativo. È vero che mi sono concesso delle cose che di solito non mi concedevo mai, prestando sempre molta attenzione al senso globale del testo.

Sappiamo che nei testi rientrano influenze quali letterati, amici, architetti e  musicisti.

Assassini. Ce ne sono molti (ride, ndr).

Quali sono le influenze musicali invece?

Non lo so, un po’ forse risente di certa new wave in alcuni momenti, come ad esempio Dymaxion song o Compound. È un suono anche un po’ gotico. Tutti quanti abbiamo degli ascolti molto diversi. Ad esempio Stefano ha fatto una tournée con Rokia Traoré dove ha suonato la musica del Mali e si sente che ha portato anche una ventata di world music. Le influenze quindi molte, però siamo andati alla ricerca di un suono piuttosto duro e spigoloso.

Ho letto che prima di sciogliervi avevate inquadrato l’identikit del fan dei Massimo Volume: uomo, trentenne, depresso… Come descrivereste l’identikit del fan di oggi?

Ma non è mica vero. Adesso, ma anche con “Cattive abitudini”, le prime file in platea sono piene di bellissime e giovani ragazze. C’è anche la componente che hai citato tu, ma ho anche alcuni grandi fan che sono surfisti della costa tirrenica.

Come sono andati finora i live di questo tour?

Bene, alle prime date eravamo un po’ tesi perché c’era un disco nuovo che portavamo per la prima volta sul palco, quindi non ce la siamo goduta fino in fondo. Sono cose però che appartengono più alla tua intimità e spero che non sia venuto fuori. Adesso cominciamo a divertirci, ci stiamo meccanicizzando.

Quest’anno c’è stato un gran ritorno del vinile. Il vostro lavoro è uscito anche nel suddetto formato con la Tannen Records, licenziando tra l’altro una versione limitata in vinile trasparente per “Aspettando i barbari” e una in vinile blu per “Lungo i bordi”. Vi aspettavate il sold out del pre-order nel giro di poche ore?

Erano poche copie. A metà degli anni ’90 il vinile era un po’ fuori uso, queste uscite sono significative perché mai prima d’ora i nostri album erano stati stampati in questo formato. Tra un po’ uscirà anche il vinile di “Da qui”.

Carmelina Casamassa

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