The Gathering – Afterwords

Dopo ben ventiquattro anni di onorata carriera e una dozzina di album all’attivo è sempre molto difficile mantenere un certo distacco critico e giudicare, per quello che è veramente, l’opera di una band che non ha quasi mai fatto un passo falso. Ma se i Gathering sono riusciti a superare indenni la separazione da Anneke van Giersbergen, pare ormai che possano riuscire in tutto; anche nel comporre, produrre e pubblicare, mantenendo tuttavia sempre una certa freschezza d’idee, il loro undicesimo full-length.

Ma poi capita che “Afterwords” sia stato pubblicato solo un anno dopo “Disclosure”, che quattro tracce su nove del nuovo album siano dei rifacimenti del suo predecessore e che un’altra traccia (Gemini III) sia stata ripescata dalle canzoni scartate dalla scaletta dell’album precedente. Capita anche che le canzoni riprese da “Disclosure” – Echoes Keep Growing, Turning in, Fading Out, Sleep Paralysis e Bärenfels sono rispettivamente i remake di I Can See Four Miles, Missing Seasons, Paralyzed e Heroes for Ghosts – ti convincano di più di quelle inedite.

Se si va ad esaminare l’altra parte della scaletta si potranno notare parecchie citazioni, che saranno pure involontarie, ma che rendono la proposta meno originale. L’atmosfera così pregna di riverbero di S.I.B.A.L.D. ricorda infatti quella che l’ex Isis Jeff Caxide riuscì a ricreare così bene, solo due anni prima, con i Crone, mentre la voce pulita in Areas, tanto profonda e suadente, di tale Bart Smits (di nuovo coi The Gathering per la prima volta dai tempi di “Always…”) riporti alla mente dell’ascoltatore Mick Moss (Antimatter). Gruppo che, insieme agli Ulver, viene richiamato anche dalle nuove tendenze trip-hop della band olandese. Non sono esenti da questo citazionismo neanche altre recenti realtà del panorama post-rock, quali Kauan e *shels, il che lascia pensare che i The Gathering non siano immuni da quella decadenza che colpisce tutte le band di vecchia data.

Al fan fiducioso rimane solo da sperare che “Afterwords” – che comunque qualche bella emozione, seppure non genuina, la regala, e che tuttavia rappresenta l’album più atmosferico della loro discografia e un nuovo sentiero finora mai intrapreso dal gruppo – sia solo un’opera di transizione che prepari la strada ad un full-length degno di essere chiamato tale.

Edoardo Giardina

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