Zolle – s/t

zolleChe cosa può succedere quando, tutto a un tratto, uno dei tre messaggeri del verbo dei MoRkObOt, in questo caso Lan, decide di svestire momentaneamente i suoi panni per rimpossessarsi della sua reale identità, quella di Marcello? Succede che ai lenti e cadenzati movimenti d’altri pianeti si sostituisce, coadiuvata dal batterista Stefano, la rapidità, il bisogno di andare dritti al punto, come una ruspa che s’impone prepotentemente su un territorio. E il duo Zolle, basandosi su quanto espresso, non fa eccezione, attrezzato com’è di dieci momenti dal taglio demenziale che, quasi tutti in meno di tre minuti, tengono fede a quest’obiettivo. C’è molto di heavy (Mayale, Melicow), ma non mancano cavalcate che sanno di stoner (le cadenzate Trakthror e Leequame, l’adrenalinica Weetellah) e qualche rimembranza thrash (Man Ja To Ya!), il tutto coadiuvato da un accattivante sapore rurale, intuibile tanto dalle pelli adoperate quanto dai rumori addizionali, tra xilofoni, campane e campanacci (Forko, Heavy Letam, Trynchatowak), tanto cari a Urlo (Ufomammut) e Roberto Rizzo (Quasiviri, R.U.N.I.) che fanno capolino ogni tanto. E quando arriva la conclusiva apoteosi tribal-psichedelica di Moongitruce, i cui sette minuti e passa fungono da buco nero conducente all’uscita dalla valle del devasto, ne consegue come, pur lontani dal proprio compito di messaggeri, si possa essere sempre in grado di sorprendere. Esperimento di altissima caratura.

Gustavo Tagliaferri

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