Mutati dal fuoco dell’anima: intervista agli Anhima

13 anni di silenzio discografico finalmente rotti con l’uscita della raccolta “18anhima” che ha sancito il ritorno della rock band fiorentina Anhima. Dopo l’ascolto del disco, abbiamo contatto il frontman e leader storico del gruppo Daniele Tarchiani per scoprire i retroscena di questo atteso ritorno.

18 anni fa il progetto Dharma (non quello del telefilm “Lost” ma il gruppo musicale) evolveva negli Anhima. Oggi, dopo qualche anno di silenzio, il ritorno. Com’è nata quest’esigenza?

Esigenza è la parola giusta, in effetti è stata un esigenza incontrollabile a spingerci verso la reunion. Siamo sempre stati in contatto anche seguendo i nostri progetti personali, spesso collaborando insieme. Vedi, quando ci siamo sciolti non è stato per divergenze o malumori come spesso accade nei gruppi, ma per problematiche discografiche e difficoltà a seguire lavorativamente un progetto comune, separati sembrava potessimo avere più opportunità di espressione. Ma l’amore per la nostra band, per quella scintilla rock che scocca ogni volta che ci incontriamo non ci ha mai abbandonato.  Quando il nostro produttore, Sergio Taglioni, mi ha chiamato chiedendomi cosa stavo facendo in quel periodo, gli ho risposto che avevo scritto un sacco di cose e che forse stavo pensando ad un album solista, ma lui poi, ascoltando il materiale, ha dichiarato che dovevamo farne un nuovo album degli Anhima. Non c’è stato bisogno di convincere nessuno, tutti erano assolutamente d’accordo. Alla fine non siamo stati noi a decidere, è il nostro rock che ci ha ritrovato.

Chi sono gli Anhima oggi? Da chi è composta l’attuale formazione?

La formazione è cambiata dai tempi di Impossibile mutazione, intanto abbiamo deciso di rimanere in quattro. Per ciò che intendiamo fare del nostro sound attuale le tastiere risulterebbero ridondanti anche se nei cinque inediti ci sono ancora delle contaminazioni.  Ci stiamo dirigendo verso un suono più ruvido prettamente chitarristico. Matteo Montuschi, appunto, alla chitarra, viene da un mondo decisamente grunge (Vowland), Lamberto Piccini storicamente al basso, il muro di suono senza il quale mi sentirei nudo sul palco, e poi si sono alternati i due batteristi che hanno suonato in questi 18 anni Leonardo Martera (Planet Funk) la nostra ala techno-rock e Pino Gulli (C.S.I.), che ci seguirà dal vivo da ora in avanti con la sua indiscutibile possanza. Manco solo io da sempre alla voce, Daniele Tarchiani

“18anhima” è un best of un po’ sui generis. Di solito una raccolta contiene uno, massimo due pezzi inediti. Nel vostro caso sono ben cinque. Segno che non si tratta di una celebrazione e basta. Mi sembra più una sorta di “ok, tiriamo le somme. Ieri eravamo quello, oggi siamo questo, guardiamo avanti”. Quanto c’è di vero in queste mie considerazioni?

Certo, hai ragione, anzi, in realtà abbiamo registrato ben 13 pezzi con Taglioni che avrebbero costituito un signor album, ma alla fine non lo abbiamo ritenuto del tutto omogeneo. Alcuni pezzi che avevo scritto erano adatti ad una dimensione più acustica, più intima, non escludo però che in futuro attingeremo a questa risorsa magari arrangiando il materiale. Poi è nata l’idea del best of, un po’ per onorare i nostri 18 anni di esistenza e di appartenenza al nostro mondo, un po’ per riproporre un lavoro come “Impossibile mutazione” a nostro giudizio non abbastanza conosciuto e apprezzato, infine per dare un segnale preciso di ciò che sta bollendo in pentola… e sta bollendo di brutto.

Ascoltando i pezzi vecchi si avverte la freschezza degli arrangiamenti e delle composizioni e, soprattutto, l’attualità dei testi. Non trovate che ciò sia disarmante, in un certo senso? Come se l’uomo vivesse un ciclo perpetuo di situazioni e archetipi, mascherati da evoluzione.

Grazie, ci hai fatto veramente un bellissimo complimento, forse il migliore per una rock band. In effetti io stesso sono rimasto stupito di come questi quasi vent’anni di musica degli Anhima siano dannatamente attuali e anche le varie contaminazioni e influenze che solcano i nostri lavori come la corrente di Seattle o successivamente l’elettronica, lascino intatto il sound globale arrivando a un presente a mio giudizio assolutamente moderno. Forse perché non abbiamo mai veramente militato in un movimento musicale, il nostro obbiettivo è sempre stato sviluppare una grande energia, un grande pathos soprattutto dal vivo e tutti i metodi andavano bene. Poi abbiamo cercato di rispettare nella scrittura dei pezzi un solo comandamento, per noi fondamentale: i grandi del rock internazionale ci insegnano che, aldilà di qualsiasi tipo di arrangiamento, anche il più estremo e schierato, un buon pezzo (anche di Marylin Manson) si può cantare con una acustica in braccio. In questo senso, io credo, si possa arrivare ad asserire quello che dici tu. Un fluido globale si sposta nei tempi attraverso la canzone che è uno dei veicoli principali della comunicazione umana, e certamente anche i colori e i sapori che assume ricorrono ciclicamente dandoci la sensazione di un cambiamento progressivo, un tempo fatto a spirale come quello di Fibonacci (che pippa matematica pisana!). Anche riguardo ai testi si può ragionare allo stesso modo, io per scelta non affronto quasi mai temi smaccatamente sociali, politici, o di problematiche esistenziali, quanto piuttosto parlo dei sentimenti che ne fanno parte e i sentimenti scorrono immutati (almeno spero) nell’animo della gente. Il problema è strapparseli fuori, di solito è un procedimento alquanto doloroso.

I pezzi inediti sono un manifesto di versatilità. Si va dalla grinta di Orgoglio punk ad una dimensione più intimista di BaciamiBuon natale mister Dan. Sono pezzi concepiti in periodi diversi, durante questi anni di silenzio?

Beh sì, anche a distanza di alcuni anni, esperienze di vita, viaggi, amori, malumori… Non mi pongo mai obbiettivi stilistici nella scrittura dei pezzi, Orgoglio punk è nata da un giro un po’ alienante, circolare, una ballata “alla “Placebo”. Poi, ha preso tutt’altra strada. Gli altri più o meno sono fedeli alla propria nascita ma tutti sono stati scritti non solo in tempi diversi ma anche in diversi posti del mondo.

Senza peli sulla lingua, come giudicate l’attuale scena musicale nazionale e internazionale?

Nazionale o internazionale mi pare che la musica in genere come forma d’arte e di espressione popolare sia arrivata ad un giro di boa… Giunti alla conclusione che, aldilà dei movimenti mondiali, le tendenze, o le turbolenze intellettuali e politiche, da quando non si vendono più dischi è crollato il vero motore, cioè il business. Tutto ovviamente è diventato più difficile, la cultura per arrivare ha bisogno di chi ci investe. Triste considerazione. E se è in crisi il settore americano e inglese, figurati il nostro già cianotico mercatino italiano. In queste condizioni, con l’assillo di controllare il numero di “mi piace” online, mi pare si faccia ben poca cultura… ma non divaghiamo. “Mi piace” la tendenza internazionale a recuperare i suoni analogici, le batterie vere e le chitarre di carta vetrata dei Black Keys, il “palla lunga e pedalare” dei Placebo (anche se sono un po’ plasticoni), le sinfonie decadenti da “intervista col vampiro” dei Muse cantati da un Bellamy spaventosamente bravo, le metriche gospel di Chris Martin anche se ogni tanto i cori sembrano lo zecchino d’oro, i Foo Fighters “mi piacciono” e basta, quel sapore darkettone romantico degli Editors, e gli cascasse la lingua a chi dice male dei Pearl Jam! “Non mi piacciono più” i 30 Second to Mars, e tutte quelle band finto rock hollywoodiane coi suoni di plexiglass, tutti quei fratelli neri che non sono di Harlem e che cercano qualcosa da contestare su cui rapparci sopra con i catenoni d’oro al collo nelle piscine piene di figlioline scodinzolanti, il mondo disco Lady Gaga, che a Madonna non lega nemmeno le scarpe e non è neppure bellina. “Non mi piace più” il regge dopo Bob Marley. Insomma, qualcosa si può dire, bisogna andare avanti. Per quanto riguarda il nostro paese è tutto un altro par di maniche. Con Leonardo Martera (batterista dei fiorentini Neon, ndr) tempo fa abbiamo accettato di suonare per quattro mesi nel più grosso locale di Singapore con una band di musica internazionale. Singapore è un’immensa città cosmopolita modernissima di matrice anglosassone e americana ma ancora più veloce e tecnologica. Lì, tutto sembrava possibile e la percezione che avevi era di un mondo musicale ricco e variegato in cui il rock era sempre il re della foresta. Tornati in Italia avevamo mille progetti, sono bastati pochi giorni per tornare al nostro abituale grigiore… A parte il panorama “indi” che peraltro mi pare un pochino scimmiottante e non so quanto possa mettere radici qui da noi, c’è ben poco di nuovo, Afterhours, Marlene Kunz, Verdena, bravi ragazzi che tengono duro. Ministri tra i miei preferiti. I Negramaro hanno deluso le nostre aspettative e sono entrati immediatamente nel music business, ma comunque scrivono anche cose piacevoli. Piero Pelù  rimane fedele a se stesso e il Liga un buon diavolo che cerca ancora il suo sound ma almeno lo cerca e intanto scrive belle canzoni. Di Vasco non vorrei parlare, mi piace ricordarlo ai bei tempi. Come dicevo, bisogna andare avanti… il rancio è scadente e la paga è bassa, ma qualcuno deve pur farlo questo sporco lavoro.

Cosa ne pensate dei talent show?

Devo rispondere? Odio il turpiloquio!

Nell’era della pirateria informatica, dei digital download, il supporto cd ha ancora un significato? Ha ancora un senso pubblicare un disco su un supporto materiale e non virtuale?

Direi fondamentale. Forse sarò un po’ all’antica ma l’esistenza fisica, materiale, di ciò che la band ha partorito, e io precedentemente con la mia chitarra, con i miei pensieri, ho prodotto, magari solo, nel buio di una stanza… dare alla luce un progetto musicale è un piccolo atto di creazione, qualcosa che prima non esisteva, e l’opportunità di toccare con le dita questo piccolo miracolo, a mio giudizio non va sprecata. Una volta per arrivare ad ascoltare il proprio lavoro c’era un impervio percorso ad ostacoli che falciava di brutto gli improvvisati, i dilettatati, e i poco motivati, provini, demo tape, studi costosissimi, fonici esigentissimi. Nel 90′ con i Dharma, i pre-Anhima, eravamo sotto contratto con la BMG Ariola e solo per registrare il nostro primo album vennero stanziati 100 milioni di vecchie lire… non so se ti rendi conto. Adesso tutto questo non ha senso e praticamente chiunque, con un bagaglio tecnico decente è in grado di proporre un prodotto ascoltabile. Detto questo, secondo me stampare un cd costituisce ancora un punto di vista anche economico che da un peso specifico maggiore a un progetto che comunque è sempre dedicato ai propri fans e non solo, perché possano custodire materialmente la loro piccola passione. Mi piace anche l’idea di recuperare il vinile; anche se è senz’altro un operazione di marketing.

Venite dalla gavetta fatta negli anni ’90 e la pubblicazione di “18Anhima” è un nuovo inizio. Il che implica ricominciare tutto daccapo. In 20 anni cos’è cambiato nel nostro paese per la musica live cosiddetta emergente? C’erano più spazi e possibilità allora oppure oggi?

Ricominciare tutto da capo è proprio l’espressione giusta, e spesso ci troviamo a pensare, minchia che culo aver visto cos’erano gli anni 80′ e 90’… pensa ai ragazzini che cominciano adesso come se la devono vivere questa palude di noia mortale. Certo, c’è sempre meno opportunità di esibirsi, pochi locali ormai si dedicano al live che sicuramente ha meno introiti della disco ed è più laborioso. Il pubblico rischia di essere sempre più annoiato, le proposte visive che imperversano sui media e sulla rete appiattiscono il gusto della gente. Ma proprio per questo la musica dal vivo deve rappresentare l’alternativa per chi ha voglia di qualcosa in più. Mi pare che negli ultimi tempi ci sia una timidissima ripresa, forse qualcosa si sta muovendo, a Firenze sono rifioriti molti localini che fanno live per ora si limitano alle cover ma magari in futuro… Tempo fa ho visto il concerto dei Ministri al Flog e mi ha fatto un gran piacere: c’erano 800 fan agguerriti che sapevano tutti, dico tutti, i testi a memoria. Una dimensione che in passato, simile alla nostra, avrebbe avuto un respiro più ampio arrivando ai palazzetti. Beh, questo mi fa ben sperare per gli Anhima, incrociamo le dita…

Aspettative e speranze dopo la pubblicazione del disco? Quali sono i vostri progetti futuri nel breve/medio termine?

L’obbiettivo di questo cd è riproporre una band che non ha mai smesso di avere qualcosa da dire e che non si è mai sentita davvero sciolta. Fare tanti concerti e constatare se quell’energia, quella potenza, quella comunicativa che ci faceva sentire un tutt’uno col pubblico è ancora possibile. Io sono convinto di sì. Dare l’opportunità di apprezzare i lavori passati anche a chi non ci conosce, e infine proiettarci come missili verso un nuovo album. Non ti nascondo però che quando abbiamo finito di mixare Orgoglio punk, ci siamo guardati negli occhi con evidentissima soddisfazione… La complicità della speranza?

La fine del mondo è vicina. Dobbiamo evacuare la Terra. Potete portare con voi un libro, un fumetto, un disco e un film. Quali?

Col cinema ho dei problemi: è la mia seconda passione! Anzi, addirittura forse non riesco a scinderla dalla musica. Vorrei dire “Apocalypse Now”, o “Un uomo da marciapiede”, magari qualcosa di Kubrick o un bel film neorealista italiano… invece mi porto dietro “Forrest Gump”, perchè nel nuovo mondo ci sarebbe sicuramente bisogno di buoni propositi, e quella pellicola (credibili o meno) ne è piena.  Un libro… Hemingway è il mio babbo di penna, ma non chiedetemi perché. Ho scelto “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Non ho mai letto tanti fumetti, ma come tutti i figli degli anni ’80 mi alimentavo con “Totem” e “Frigidaire”, ma se dovessi sceglierei direi “Alan Ford”. Un disco? Senza alcun dubbio “Grace” di Jeff Buckley.

Giovanni Caiazzo

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