Alla ricerca del tempo perduto: intervista a Riccardo Prencipe (Corde Oblique)

corde oblique

Il centro storico di Napoli è un miscuglio di suoni odori e colori esaltati da una fotografia naturale unica. In un caffè di piazza Bellini, a due passi dal conservatorio di San Pietro a Majella e da via San Sebastiano, conosciuta anche come “la via degli strumenti musicali” per i tanti negozi di settore che l’affollano, incontriamo il deus ex machina delle Corde Oblique, Riccardo Prencipe. Per parlare, certo, della sua ultima fatica artistica “Per le strade ripetute“, ma non solo.

Inizio quest’intervista ringraziandoti, perché mi hai permesso di rivedere una parte di Napoli che negli ultimi due anni ho vissuto esclusivamente di notte. Condivido la filosofia racchiusa nel disco e ispirata a una poesia di Saramago (“Bisogna vedere quel che non si è ancora visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si era visto di notte“). E cerco di metterla in pratica nel mio quotidiano, visitando quel determinato luogo in diversi momenti della giornata, perché ogni momento ha i suoi colori, odori, suoni, che trasformano il luogo…

Facendolo diventare un altro mondo.

Ed è un altro mondo.

Non solo. Anche tu sei diverso. Così come diversa è la percezione di quel determinato luogo. Questo è il pensiero di Proust che diceva: “Siamo noi che dobbiamo avere gli occhi nuovi e non cercare le cose nuove in altri posti“.

A questa filosofia eri arrivato già prima di conoscere Saramago o Saramago ha dato forma a un pensiero che comunque era già dentro di te?

Lessi questa poesia riprodotta al Museo archeologico virtuale di Ercolano. Tra queste ricostruzioni un po’ fantasiose, e anche un po’ discutibili, c’era questo testo, che ho poi scovato nel libro “Viaggio in Portogallo” che mi ha profondamente cambiato il modo di intendere il viaggio. Io ho provato ad applicare la poesia a un luogo nostrano. Proviamo – mi sono detto – a rivedere quel che ho sempre sotto il naso in modo diverso, vediamo cosa ne esce. Ne è uscito questo disco. Questo è stato il modo in cui ci sono arrivato. Il testo poi si può applicare a tanti altri aspetti della nostra vita come l’amore o l’amicizia, dove presi da questo consumismo dei sentimenti siamo portati a cambiare, a cercare il nuovo senza approfondire quel che già abbiamo.

Oltre alle musiche, scrivi anche i testi, dove non mancano ricordi autobiografici: tuo nonno che pesca sull’Averno per esempio. Quale sensazione provi quando li ascolti cantati da una donna?

Questo è un fatto strano, che però non mi fa contrasto, assolutamente. I testi sono pensati da me e quindi chiaramente il punto di vista è maschile; tuttavia io elaboro la musica sostanzialmente per le voci femminili, è sempre stato così. Forse perché non ho ancora trovato una voce maschile che ben si adatti alla mia idea di musica. Non escludo che possa accadere in futuro, comunque. Anzi, io sono favorevole alle novità, alla messa in discussione, per il cambiamento nella forma di espressione. Attualmente ho le mie voci di fiducia, di cui sono molto contento, e proseguo così.

Molte canzoni sono ispirate alle bellezze artistiche e paesaggistiche di cui la nostra Terra è ricca. Quello che volevo sapere: è il luogo a ispirarti? O il ricordo del luogo? Rammento la polemica tra Monet che dipingeva en plen air e Degas che invece sperimentava al chiuso dell’atelier.

Questa polemica centenaria è ancora molto, molto attuale. Lo stesso Proust con “Alla ricerca del tempo perduto” scava in maniera mnemonica nei molti anfratti della memoria. Anche io nel mio piccolo ho assunto questo punto di vista. È il ricordo che aggiunge qualcosa in più a quel che si vede, che lo rende diverso imprimendogli le sensazioni suscitate. C’è quindi un’osmosi tra la persona, quello che osserva e quello che recepisce. E questa osmosi esplode attraverso il ricordo.

Con il senno di poi, di quel che è successo, con la “Terra dei fuochi” a occupare l’attenzione dei media, possiamo interpretare le tue canzoni come una sorta di promemoria, che ci aiuta a non dimenticare quel che di bello abbiamo?

Esatto, è proprio questo. Soprattutto è una controtendenza al giornalismo attuale, che è anche marketing. Chi stampa un giornale con una copertina lo fa anche perché sa che quella copertina tira e vende. Mettere in copertina una Napoli disastrata e inquinata vende perché le persone che vivono in Italia e anche all’estero sono affezionate in modo morboso a questa idea della nostra città. Se vedono in copertina una foto della costiera amalfitana non sono interessanti perché non stimola la loro curiosità morbosa. A noi che non dobbiamo vendere perché non facciamo musica commerciale non interessa stimolare la morbosità delle persone, bensì sottolineare le bellezze di questa terra.

Un film è una forma d’arte che può ispirarti nella scrittura di una canzone?

In effetti mancano brani direttamente ispirati a un film. In questo disco abbiamo inserito la colonna sonora di “Requiem for a dream” variata al nostro stile. Sicuramente la cinematografia esercita un’influenza passiva sulla scrittura delle canzoni perché sono un discreto cinefilo, anche se non voglio riferirmi esplicitamente a quel determinato film.

Come ti vedresti alle prese con la scrittura di una colonna sonora?

Mi intriga molto, sarebbe una bella sfida, spero di farlo veramente presto. È successo che ci hanno chiesto i brani per “Mizar” (la rubrica culturale del Tg2, ndr) oppure per alcune sigle, mi ricordo quella per il Museo Archeologico quando fu presentata la Collezione Farnese. Poi utilizzarono dieci nostri brani per un dvd su una mostra che si tenne in Calabria dedicata ai Longobardi del Sud. Diciamo che la nostra musica è stata spesso utilizzata come colonna sonora, ma non c’è nulla di concepito appositamente come tale.

Le voci che nel disco cantano i tuoi testi sono molto belle. Non temi che la loro bellezza possa oscurare quella degli intrecci musicali?

È probabile, anche altri ascoltatori me lo dicono ogni tanto. Anche questo dipende da come ascoltiamo la musica. Quindi magari gli ascoltatori saltuari si concentreranno solo sulla voce e sui testi. E comunque va bene anche questo, non mi crea problemi, è la linea melodica che deve primeggiare. Poi c’è l’ascoltatore che ha un background musicale bello denso e coglie tutti i diversi spunti, senza tralasciare le parti strumentali che sono parecchio lavorate.

Spero non ti offenderai, ho fatto jogging con la tua musica in sottofondo. E ti dirò, è stata una bella accoppiata, forse perché ho la fortuna di poter ammirare il mare, Capri, bei paesaggi insomma. Ma tu, come consigli di ascoltare la tua musica?

Questo non lo so, perché ognuno ha momenti in cui è più ricettivo e altri in cui non lo è. Magari io per fare jogging ho bisogno di concentrazione e non potrei ascoltare musica in generale. Oppure in macchina mi sento più predisposto ad ascoltare un tipo di musica anche più complesso, che richiede attenzione. Sì, “Per le strade ripetute” è un disco che richiede attenzione. Però se uno l’attenzione la può e la vuole dare sotto la doccia ben venga. È un aspetto molto soggettivo. Io provo ad ascoltare musica in un impianto stereo decente con due buone casse. Niente mp3, anche se i tempi vanno in questa direzione.

Leggevo un’intervista in cui dicevi che i tuoi lavori li giudichi a mente fredda, a distanza di tempo. E invece le recensioni le leggi mai? Che rapporti hai con chi esprime un giudizio, positivo o negativo che sia, sulle tue creazioni?

Le leggo tutte. Ci sono molti musicisti che credono che il giornalista, siccome non sa suonare, non è in grado di recensire. Questo lo dicono quando le recensioni sono negative e non, chissà perché, quando il giornalista parla positivamente del disco (risate, ndr). Io credo che, a dover giudicare i dischi, debbono essere persone che hanno tanti dischi a casa e che ascoltano musica da tanti e tanti anni. Così come io sono in grado di giudicare un dipinto meglio di un pittore, anche se non so dipingere, perché ho una conoscenza della storia dell’arte piuttosto estesa. Questo dà le competenze per poter esprimere un giudizio, una conoscenza piuttosto estesa della materia. Un critico musicale quindi deve conoscere una buona fetta di musica e, così facendo, può sicuramente essere più capace di me che suono ma non ho una visione a volo di uccello, per giudicare quello che pubblica oggi.

La tua musica è definita come “progressive-mediterranean-folk”. Qual è il tuo rapporto con la catalogazione dell’arte? Non rischia di limitare la percezione della tua musica? Non rientra nel discorso sulla semplificazione in base al quale ho bisogno di una categoria per aiutare l’ascoltatore a decodificare quel determinato disco?

Questo sì, però c’è un fatto. Non essendo noi delle popstar da Sanremo, magari è anche importante che un lettore, leggendo, abbia una prima idea della musica che uno fa. E quindi la catalogazione può servire a questo. Per fortuna posso dire senza remora che noi abbiamo il nostro suono riconoscibile, una nostra personalità. E quindi non mi fa paura il fatto che debba essere etichettato o meno.

In un’altra recensione che leggevo, c’era chi accostava le tue Corde oblique ai Saint just di Jenny Sorrenti. Tu che cosa ne pensi? Che cosa ti provoca il gioco dei rimandi musicali?

Ci agganciamo a quello che dicevamo prima. Io che suono e faccio il musicista non conosco molto bene tutta la musica. E purtroppo i Saint Just non li conosco. Conosco Jenny Sorrenti e so che è molto brava, però non in modo approfondito. Gli accostamenti sono fondamentali e, anzi, il buon recensore deve saperli fare. Anche se io non ho mai ascoltato un dato gruppo, non è detto che non possano esserci delle similitudini tra noi.

A proposito dei Saint Just e del filone musicale nel quale sono racchiusi, il progressive. Com’è il tuo rapporto con gli artisti storici del genere? Penso ai King Crimson di Robert Fripp, al Banco, agli Osanna.

Sono un grande estimatore dei Genesis dei primi dischi, quelli con Peter Gabriel, e dei Pink Floyd. E poi adoro anche i KC, anche se li sto ascoltando da poco. Diciamo che adoro un certo tipo di musica che abbia uno sviluppo abbondante e che non debba richiamare subito l’attenzione dell’ascoltatore distratto.

Ho scoperto che avete in comune una cosa con i Rage Against the Machine. Come loro, anche voi non avete usato sample synth e tastiere nella realizzazione de “Per le strade ripetute” specificandolo nel comunicato stampa. Che cos’è, un’orgogliosa sottolineatura delle proprie doti tecniche?

Assolutamente. È una reazione al fatto che oggi la musica è composta al 90% da queste finzioni. Noi vogliamo sottolineare che tutto quello che l’ascoltatore sente è suonato, è fatto con strumenti veri. Non è una presa in giro. L’imitazione di un suono è un’aberrazione che detesto.

Su questo influisce la tua formazione musicale accademica?

Oddio, non è che ho avuto un bel rapporto con il conservatorio. Forse perché ho sbagliato a farlo da privatista mentre ero iscritto all’università. In pratica, non seguendo, non ne ho assaporato l’aria. Mi iscrissi a composizione, ma andai a una sola lezione per poi scapparmene perché si studiava l’armonia come la faceva Bach. Io non posso imparare e rifare perché produrrei una pessima imitazione di 300 anni successiva. Mi sono diplomato in chitarra, anche se non sono un grande chitarrista, per avere un bagaglio tecnico da poter utilizzare con una certa libertà per la composizione della mia musica.

Hai inciso una cover di Jigsaw falling dei Radiohead, una di Flying degli Anathema e anche di Kaiowas dei Sepultura. Ascolti molto diversificati, non c’è che dire. Ma che cos’è per te la cover?

La cover ha senso farla quando abbiamo provato a salire sulle spalle dei giganti, anche se siamo più piccoli di loro, perché salendo sulle loro spalle vediamo più lontano. Questa è una frase a cui sono molto affezionato. Se io capisco che c’è un bel brano registrato a cui io posso dare qualcosina in più nella mia versione, allora faccio la cover. Se non è così, allora diventa ridicolo. Bisogna comunque essere in accordo. Cioè, io non posso fare una cover blues in chiave sinfonica. Questo per me è kitsch. Posso fare la cover di un pezzo blues, modificandolo anche pesantemente, ma lo spirito della mia versione deve essere in accordo con quello che il pezzo originario voleva dire. Questo è un po’ il problema delle cover, che sono state le cose su cui più ho lavorato. È stato un lavoro pesante perché ho cambiato molte idee.

Hai mai pensato a un album di sole cover?

No, non ci ho pensato perché, essendo abbastanza veloce nel produrre, devo controllare la mia produzione che è abbastanza copiosa. Una cover comunque deve quasi sempre stare nei miei dischi.

Quanto ti autocensuri?

Molto. Ho cestinato un sacco di cose. E meno male, perché alcune erano proprio brutte.

La tua musica è molto ricercata. Anche i testi. È una cosa che ti esce spontanea perché ormai sei entrato nel meccanismo?

No, c’è molto lavoro dietro. Un pezzo non nasce per niente spontaneo, esce e poi va fatto stagionare per almeno un anno e mezzo. I pezzi del disco hanno almeno due anni di vita, comunque non meno di uno. Ed è poco, ci vorrebbe molto più tempo. Chiaramente però se esageriamo rischiamo di non tollerarli più (risate, ndr).

Sei già stato rapito da una nuova opera d’arte, c’è già qualcosa che ti ha già ispirato nuovi pezzi?

No, ora voglio stare un po’ tranquillo (ride, ndr). Adesso siamo un po’ indaffarati nella promozione del disco. Stiamo facendo molte interviste, radiofoniche e non. E soprattutto stiamo suonando. Abbiamo fatto cinque dischi e, massimo, sono passati due anni tra uno e l’altro. Il che vuol dire che non mi sono mai fermato, che ho scritto tutti i giorni. Adesso voglio fermarmi un attimo. Anche perché più si va avanti e più bisogna rendere conto a se stessi e fare sul serio. Il prossimo lavoro dovrà essere più bello di questo, che doveva essere più bello del precedente. E così via. Bisogna essere esigenti con se stessi. E per ottenere questo adesso devo fermarmi un attimo.

Christian Gargiulo

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