Massimo Volume – Aspettando i barbari

massimo volume - aspettando i barbari

massimo volume - aspettando i barbariCos’è l’attesa, se non il bisogno di rifugiarsi in un abbraccio rivolto ad una persona amata prima che avvenga l’inaspettato? La consolazione, il tentativo di rassicurare questa perché, nonostante l’allarme, la sopravvivenza in qualche modo è assicurata, ammesso che quello che ne verrà fuori sia un tentativo di mettere l’ambiente a ferro e fuoco. Già, visti i tempi che corrono, al contempo cosa sono o possono essere i barbari? Un interrogativo in qualche modo necessario, che si sta ponendo, da qualche parte, quell’Emidio Clementi prossimo ad ammazzare il tempo, apparentemente impassibile eppure con la curiosità tipica di chi è pronto ad assistere ai fatti che verranno. È in buona compagnia, vista la natura dei Massimo Volume. Così come risulta essere abbastanza esauriente la tela che appare in bella vista. “Aspettando i barbari“, giustappunto.

Un punto d’arrivo del genere, soprattutto tre anni dopo “Cattive abitudini“, è molto importante. Non sta a significare esclusivamente la continuazione di un percorso ripreso dopo diverso tempo, ma, a suo modo, segna una rottura ed un’apertura a nuovi orizzonti, che vedono il passato collegarsi ad un ideale futuro. È la costruzione di una strada che fa sì che i vari fantasmi che infestano la mente al suono di una frenetica La cena e delle disavventure collettive di La notte si sublimino negli allucinati synth di matrice wave, che vanno di pari passo al sempre eccelso drumming di Vittoria Burattini, di Dio delle zecche, nel beneficio del dubbio riservato all’urlo che Clementi sprigiona in Dymaxion Song, nel memorial-mantra di Vic Chesnutt, in una title track eterea e rarefatta e nell’andamento di un basso che si muove a mo’ di percussioni africane, atto a descrivere un bombardamento come quello di Compound, con tanto di comunicazione aerea, ed analogamente i feedback della coppia Sommacal-Pilia di Il nemico avanza, uno sguardo rivolto al colonialismo di ieri e alla sua ulteriore de-evoluzione odierna. Il tutto mentre, nell’aria, finisce per intravedersi uno spiraglio di solarità nella personalità di Silvia Camagni, e consequenzialmente giunge un mood di stampo 70’s sotto cui rivolgere i propri saluti a tutti, nessuno escluso, quello di Da dove sono stato. Tale da riportare immediatamente alla realtà circostante.

Ascoltare questi dieci frammenti di vita e di conseguenza goderne appieno è il modo più appropriato di intendere il senso dell’attesa. Perché “Aspettando i barbari” non è solo un altro ottimo disco firmato Massimo Volume, ma anche uno di quei punti di rottura così apparentemente difficili da effettuare, eppure una volta portato a termine, motivo di orgoglio, ma soprattutto di determinazione e consapevolezza. Bentornati, ragazzi.

Gustavo Tagliaferri

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