VideoVisioni: Ornaments – Aer

ornaments

Volendo tentare una parziale definizione del videoclip, è possibile descriverlo come uno strumento espressivo-visivo che molti registi e autori, chi più chi meno, usano per rappresentare sensazioni legate ad atmosfere e/o a temi espressi da un brano musicale. Questo tipo di approccio, che unisce intimamente due arti così emotive, provoca necessariamente un ponte con quell’”enciclopedia di immaginari” quale è il cinema. La cui inclusione nella costruzione di un video musicale può avere grosso modo due strade: la via citazionistica, che guarda alle immagini del cinema, o la via rappresentativo-narrativa, che guarda invece al linguaggio visivo del cinema.

Il videoclip di Aer degli Ornaments messo in scena dai ragazzi della Shiroppo Film però sembra andare un po’ più in là, ponendosi come via di mezzo di tre cose.

È innanzitutto, come già detto, citazionismo intelligente. Nei gesti dei personaggi, nelle ambientazioni, nelle pose, nei raccordi tra le inquadrature, ciò che si vede sembra sempre rimandare sia a singoli film sia ad atmosfere di un certo tipo di cinema. La “luccicanza” di Danny in “Shining” richiamata dalla bambina vestita di bianco, il pianeta che incombe minaccioso in “Melancholia” evocato dalla terra vista in lontananza nel cielo dei due uomini nel “deserto”, il legame emotivo in “Io non ho paura” tra il bambino nella grotta e l’altro in superfice ricordato dal rapporto simbiotico tra la bambina e l’uomo nel fango. I rimandi sono molti, ma è importante notare come essi siano innanzitutto citazioni al servizio della storia messa in scena, giustificandola, dandole un significato, collocandola in un contesto emotivo legato ad un immaginario collettivo molto forte. Una guerra tra mondi; due uomini che combattono per conquistare una terra; la luce e il buio, riconducibili alla bambina e all’uomo di fango, che però non lottano (più?) tra loro, poiché entrambi vittime delle azioni di conquistatori senza scrupoli (gli uomini portatori di bandiere) che si cibano del sangue dell’altro sconfitto.

È in particolare nella “gestione” delle inquadrature che appare chiaro questo tipo di approccio, in particolare nella messa in quadro dei personaggi, nella cui interpretazione, purtroppo eccessivamente macchinosa da parte degli attori, si trova una delle pecche più evidenti del video. Proprio le inquadrature infatti mostrano sia un’equilibrata sensibilità in cui si sfrutta molto consapevolmente la messa a fuoco come effettivo selezionatore dell’attenzione (cosa non scontata oggi nella nuova ondata dei “registi da reflex”), sia un uso moderato e giustificato narrativamente della fotografia molto “cinematografica”, termine spesso inflazionato ma che in questo caso recupera anche il suo significato originario di “linguaggio visivo”.

È, seconda cosa, un racconto visivo molto forte.  Infatti il montaggio e le inquadrature si collocano a metà tra videoarte astratta e racconto narrativo lineare. In quest’ottica vengono inserite le tematiche cardine intorno a cui gira il racconto, che sono, come si legge anche dalle note di produzione, “ciclicità e ritualità”. Il senso di questi due principi però non si consuma soltanto all’interno di simboli, ma vive nella struttura dell’intero discorso. Il compito di conduttore semantico di queste visioni sembra essere affidato alla bambina, la quale quasi come una divinità immateriale infonde la sua visione tramite l’azione degli uomini sulla terra: la scrittura sulla pietra della frase “don’t kill me”, scritta effettivamente dalla bambina, ma “incisa” dall’uomo steso nel fango; il segno dell’infinito anticipato dal gesto della bambina e successivamente “scritto” col sangue versato sulla sabbia, dopo la lotta tra i due uomini. Ciclicità e ritualità dunque: la ciclicità unicum originario che si ripete, da cui costantemente si genera la vita solo in cambio della morte (pensiero ricordato anche dalla citazione dei versi del “De rerum natura” di Tito Lucrezio Caro nelle info del video), e la ritualità come orologio muto, il cui un simbolo misterioso potrebbe essere il frutto che la donna anziana porge nel bosco, che scandisce ritmicamente la conquista della “forma stabile” (leggasi “terra”, “equilibrio”, ecc..) da parte dell’uomo e la sua successiva perdita. La raffigurazione di ciò che spinge questo meccanismo in avanti, evento metaforizzato dall’episodio dei due “portabandiera”, sembra tuttavia voler prendere le distanze da un’effettiva rappresentazione dell’essere umano (l’uomo che uccide è quello del quale non si vedono gli occhi) e il contesto “extraterrestre” che colloca nel cielo il pianeta terra. Quasi a voler dire che quel tipo di azioni de-umanizzano l’uomo terrestre una volta che esso le agisce. Nonostante questo però, di loro sembra esserci bisogno, laddove solo la morte di uno dei due può generare la nascita di altri, come una sorta di spietato contrappasso imposto dalla Natura.

È, infine, un tentativo di cambio di valore del visivo in un videoclip. Il video si propone quasi come il testo di quel preciso brano musicale, tanto che nell’evoluzione del suo racconto appare molto legato a quello musicale senza risultare “didascalico”. Sembra porsi come una lyrics senza parole vincolata alle sue note, tanto che si potrebbe dire che Aer quasi necessiterebbe della presenza del video al momento della sua riproduzione. Se il lavoro concettuale visivo parte dall’artwork dell’album “Pneumologic“, da esso però si muove indipendentemente e, sia sfruttando le dinamiche del brano per costruire proprie dinamiche narrativo-visive, e sia mantenendo una vicinanza emotiva con le atmosfere sonore della melodia, riesce a costruire intorno ad essa uno spazio complementare forte che unisce ciò che è esterno e ciò che è interno a un brano musicale, trovando nei silenzi verbali del brano una consequenzialità alla propria mancanza di sonoro.

Insomma, l’azione intrapresa sembra andare nella giusta direzione. E pur considerando errori “di messa in mercato” quale l’eccessiva lunghezza del video (che comunque segue la durata del brano), i tempi troppo dilatati e una forte attenzione richiesta nella visione, cosa rara per un prodotto audiovisivo diffuso sul web, il progetto degli Shiroppo/Ornaments sembra essere innanzitutto ben pensato e successivamente correttamente realizzato. E in tempi di caoticità del linguaggio visivo, è una cosa che fa molto piacere.

a cura di Jacopo Maresca

VideoVisioni: analisi, visioni, impressioni. Critica e recensioni dei videoclip contemporanei.

Suono, scrivo e faccio video. A Milano per studiare il cinema e i nuovi media.

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