11 cover per… unòrsominòre.

unòrsominòre.

Il suo omonimo album di debutto fu tra i 25 finalisti del premio “Fuori dal Mucchio” nel 2009. Tutto quel che di buono aveva allora lasciato intravedere, viene confermato due anni più tardi. “La vita agra“, che nel titolo omaggia il famoso romanzo di Luciano Bianciardi, “La vita agra” appunto, è positivamente accolto dai media specializzati. Lui è unòrsominòre. (scritto proprio così, con minuscola, vocali accentate e punto) e ha immaginato la sua tracklist come un vinile, con un lato A ‘internazionale’ e un lato B “nazionale”. Buon ascolto.

The BeatlesHelter Skelter (da “The Beatles”, 1968)

I Beatles sono l’inizio di tutto, non storcano il naso i puristi per via del jazz il gospel e tutto il resto: noialtri nati e cresciuti in occidente alla fine del secolo scorso siamo tutti di Liverpool e questo pezzo di Paul del 1968 è tuttora la cosa più estrema che conosca, un assalto scomposto e sguaiato alle orecchie dell’ascoltatore, in anticipo su tutto e tutti. Alla faccia di chi pensa che il pazzo fosse sempre e solo John.

NirvanaServe the Servants (da “In Utero”, 1993)

I Nirvana invece sono stati gli ultimi veri giganti del rock. All’epoca dei fatti io preferivo le cose più metalliche (Alice in Chains, Soundgarden) ma col senno di poi “In Utero” è il disco che è invecchiato meglio di tutto il giro di Seattle e dintorni. Serve the Servants è il manifesto della loro poetica: tanta stortezza, tanta acidità di stomaco, rabbia, noia, fatica, pop e ultraviolenza, e questa voce irripetibile che manca un sacco.

MotorpsychoVortex Surfer (da “Trust Us”, 1998)

Un gruppo norvegese tutto sommato ancora di culto e mai abbastanza celebrato, e questa canzone è il vertice di un certo tipo di rock, perfetto nei suoni, nella composizione e nell’arrangiamento. Vortex Surfer è la Stairway to Heaven degli anni ’90, epica ma allo stesso tempo intimista; passa dal sussurro all’urlo sguaiato e rende in modo cristallino il mood disperato in nove minuti di dinamiche e armonie meravigliose, che lasciano ammutoliti e spaesati.

Talk TalkNew Grass (da “Laughing Stock”, 1991)

I Talk Talk alla fine degli anni ’80 hanno sterzato bruscamente dal synth-pop che li aveva resi famosi, e hanno dato alla luce due gemme nascoste, due dei più bei dischi di ogni tempo, creando dal nulla una formula musicale nuova e non più replicata che unisce acid rock, dream pop, jazz, psichedelia e avanguardia in un’armonia di atmosfere rarefatte, sognanti, aliene. New Grass è semplicemente perfetta, un pattern ritmico indolente ripetuto all’infinito e completato da poche note tristi di chitarra e le parole sussurrate da Mark Hollis. Un vertice assoluto.

Blue NileLet’s Go Out Tonight (da “Hats”, 1989)

Altra gemma irripetuta e irripetibile quanto poco nota. “Hats” è un disco crepuscolare, che odora di fumo di sigaretta, pioggia, luce di lampioni, solitudini; la voce di Paul Bachanan, così adatta ai suoi anni, oggi suona tanto più evocativa, e i suoni degli anni ’80 – batterie elettroniche, synth, archi – per una volta sono usati per creare capolavori di malinconia e non irritanti hit da disco music. Da ascoltare solo quando si ha voglia di piangere.

Sinead O’ConnorBlack Boys on Mopeds (da “I Do Not Want What I Haven’t Got”, 1990)

Un album che ancora oggi suona modernissimo; lei canta in modo divino una manciata di splendide canzoni di rabbia, di amore e di emancipazione. Fra tutte (e tutte meravigliose, a partire dall’opener Feel So Different fino alla famosissima interpretazione di Nothing compares 2 U) scelgo questa relativamente poco nota, perché versi come “Margaret Thatcher on TV shocked by the deaths that took place in Beijing / It seems strange that she should be offended, the same orders are given by her” andrebbero imparati, mandati a memoria e cantati ogni volta ce ne sia bisogno – cioè tanto spesso.

Ivano FossatiDiscanto (da “Discanto”, 1990)

È raro che in una canzone si uniscano così compiutamente ricerca, musicalità, avanguardia timbrica, lirismo, tecnica, fruibilità ed emozione. Le parole di Discanto sono intagliate una per una in modo chirurgico per arrivare al cervello e al cuore, e io miglior descrizione dell’insensatezza della vita non l’ho ancora trovata.

Lucio DallaCorso Buenos Aires (da “Come è profondo il mare”, 1977)

Se dovessi scegliere un solo disco italiano da portarmi sulla Luna, credo sarebbe “Come è profondo il mare”. Non c’è modo di non restare sbalorditi dal rutilante eclettismo di surrealismi, trovate liriche e calembour musicali che rendono questo album un capolavoro. Alla famosa e imprescindibile title track, curiosamente, in questo caso preferisco questo brano apparentemente minore, nel quale Dalla dipinge un perfetto quadretto grottesco, che rappresenta con vent’anni di anticipo tutte le brutture degli italiani.

Giorgio GaberIl dilemma (da “Anni affollati”, 1981)

Gaber è una stella polare per me, per i suoi lavori lucidamente spietati degli anni ’70 in cui il sociale, il politico e l’umano vengono messi a nudo in una marea di canzoni e monologhi imprescindibili. Ma scelgo questo pezzo dei primi anni ’80 in cui Giorgio canta dell’amore, della coppia, della fatica di trovare una strada da percorrere in due: perché è difficile affrontare un tema così frequentato e abusato, e tirar fuori una canzone così perfetta da far commuovere (letteralmente, non per dire) ogni volta che la sento. Comunque (ri)ascoltatevi anche Io se fossi Dio, Quando lo vedi anche, Quando è moda è moda, anzi riascoltatevi tutto.

Fabrizio De AndrèCanzone del maggio (da “Storia di un impegato”, 1973)

Canzone e disco sempre tanto, troppo attuali. Il De Andrè più incazzato e necessario; “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti“, dedichiamocela tutti, che è il caso.

AfterhoursIl paese è reale (da “Il paese è reale”, 2009)

Non fa più molto figo citare gli Afterhours come influenza, ma per quanto mi riguarda Manuel Agnelli è uno dei pochissimi autori di liriche che possa competere con i mostri sacri della canzone italiana degli anni ’70 e ’80. Dal repertorio degli Afterhours scelgo questo brano – musicalmente non uno dei migliori della band – perché averlo portato a Sanremo è stato un atto coraggioso, e perché quando uscì in Italia pochissimi altri avevano avuto voglia di scrivere qualcosa sul desolante panorama sociale del nostro Paese negli anni del berlusconismo.

a cura di Christian Gargiulo

11 cover per…” è la nostra nuova rubrica. Funziona così: un(a) musicista sceglie le undici, altrui canzoni che inserirebbe in un suo personale album di cover e per ogni scelta fatta ci spiega il motivo. Senza alcun tipo di limite: né di genere né di nazionalità né di periodo storico.

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