Avatarium – s/t

avatarium

avatariumLa Svezia continua a sfornare proposte in grado di solleticare l’interesse dei palati più “raffinati”, facendo esplodere il 2013 di qualità compositiva e verve creativa. Questa volta non ci riferiamo a facce nuove provenienti dall’underground scandinavo, a ragazzotti di belle speranze alla ricerca del definitivo botto discografico.

“Avatarium” è il prodotto dell’omonimo gruppo, costruito sulla figura del mitico Leif Edling, eterno songwriter e bassista degli intramontabili Candlemass. La sapiente mano di Edling svetta imperiosa su questo magnifico lavoro, orchestrando sonorità apparentemente antitetiche tra loro, con grazia e potenza.

Sin dalla prima traccia Moonhorse, passando per la title track e per la più orecchiabile Boneflower, si evince come il concetto cardine dell’album ruoti attorno allo scontro-incontro di temi tra loro opposti. Da un lato abbiamo i sulfurei giri di basso e chitarra di stampo doom, dall’altro le ariose e fresche armonie della regina vocale Jennie Ann Smith che, con le sue ottime prestazioni, rompe il cliché del doom inteso come territorio consacrato unicamente alla presenza maschile.

Le liriche, scritte prevalentemente da Edling, enfatizzano la contrapposizione tra la dolcezza delle linee vocali e la pesantezza dei riff, trattando le dure tematiche del suicidio, della malattia, della solitudine per mezzo di una fonte espressiva morbida e leggera, strutturalmente più incline a definire il concetto di libertà che quello di costrizione.

Dobbiamo dare merito a questo album di sconfinare dai fuligginosi terreni del doom, per sfoderare un gran numero di influenze assimilate con maturità e coscienza, provenienti principalmente dall’hard-rock, generando una sottile commistione di diversi periodi ed ambienti musicali all’interno di un album fortemente moderno ed attuale. Quest’atmosfera echeggiante Rainbow/Deep Purple, presente in modo particolare nella conclusiva Lady in the Lamp, si può ipotizzare la si debba alla biondissima Smith, cantante dal background hard/rock e, per sua stessa ammissione, tendenzialmente estranea all’ascolto di musica metal.

Leif, che invece ha forgiato storia del metallo pesante, dimostra di non patire il confronto con il proprio passato, limitandosi ad attingere da alcune delle più belle pagine della sua militanza nei Candlemass, senza mai appestare di autoreferenzialità le moderne logiche sottese ad Avatarium. In tutto il disco rimane quell’indole quasi sacrale, già presente in “Epicus Doomicus Metallicus” (1986) ed in “Nightfall” (1987), che diede un nuovo sviluppo al classic-doom-metal obbligando la stampa degli “etichettatori di musica” a sfornare il termine “epic-doom-metal”.

Un disco che gioca sulla contrapposizione degli opposti, sullo scambio dialogico e sulla varietà espressiva che persino il doom può sostenere e sfoderare, dimostrando come certe vecchie glorie non invecchino mai.

Adrian Nadir Petrachi

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