My two cents#19

My two cents

In questo numero: Luciferi, The Sleeping Tree, Astolfo sulla luna, La nevicata dell’85, Leitmotiv, Appaloosa, Bohémien, Margareth, Maria Devigili, Soviet Soviet.

luciferi - vLuciferiV EP (Autoproduzione)

Udire un hard-rock infuocato che cade dal cielo poco dopo aver dato il via alle danze. Dante ci ha cacciato dal nostro inferno: un’esplicita dichiarazione che rende l’idea dell’aria che si respira, mentre scorre un andamento alla Queens of the Stone Age. Ma non ci sono Josh Homme e soci, bensì i tre Luciferi, eccoli qui, con il loro EP d’esordio “V“, fatto di cinque movimenti strumentali attraverso cui individuare ogni punto della propria oscura dimensione. Una traversata dove nessun Caronte è presente all’orizzonte una volta che si avvertono le vibrazioni noise che presentano Cerbero, dove a fare da timoniere è la musica. Quella di lievi mietitori di anime che ricevono un’ovazione fatta di tamburi in festa, maestosi, prossimi ad una dissoluzione in quel della psichedelia (Faust), della corsa a quattro ruote che accompagna la stonereggiante Fiat Lux, del bivio a più direzioni su cui si muove Strange Sense of Violence, in una calma che si fa collera, da riff a riff. Alla fine, ad emergere è una gran versatilità, quella dei ragazzi, per un inizio nel quale si intravedono ottime potenzialità, da sviluppare adeguatamente in futuro, magari per un album vero e proprio.

Gustavo Tagliaferri

the sleeping tree - painlessThe Sleeping TreePainless (La Tempesta International)

Scarno e per questo diretto. Un’assenza di dolore: “Painless“, che invece ne è quasi una ricerca. Non certo autolesionistica, ma bensì come parte integrante della vita di tutti i giorni. In questi 12 episodi c’è quello che si cerca, c’è quello che si vorrebbe… non certo una soluzione o un assoluzione. Per compagna una chitarra e poco più, una produzione che ricerca la semplicità, scarna appunto. Lo stile che prende le sue influenze da cantautori folk e rovista in album fotografici fra Bon Iver, Nick Drake ed Elliott Smith (bellissima la cover di Going Nowhere). Ma questo è solo un esercizio per provare ad etichettare. Non basta certo per entrare in quello che questa voce che viene dal nebbioso Friuli prova a comunicare. Una vibrante e malinconica ricerca di paesaggi solitari ed emozioni profonde e nascoste.

Nicola De Amicis

astolfo sulla luna - cancroreginaAstolfo sulla lunaCancroregina EP (MiaCameretta Records)

Oggi sono lucido, come se non esistessi“. Mai frase fu più emblematica per descrivere gli ectoplasmi che si materializzano lentamente su arrangiamenti né esclusivamente noise né esclusivamente post-punk, e che rispondono ai nomi di Lui, Lei e L’Altra. Loro sono Astolfo sulla luna. Loro sono un po’ complici di un’ulteriore assenza di senno da parte dell’Orlando Furioso, e con un secondo EP come questo “Cancroregina” è come se si fossero recati nuovamente alla ricerca di questo, suddividendo il proprio viaggio in quattro movimenti. L’urlo di 8 settembre u.s., una materializzazione dei CCCP Fedeli alla linea in una versione ancora più teatrale, la pioggia che anima il lento scorrere delle proprie memorie al richiamo di Come sta Annie?, la lacerazione con slintiana veemenza del petto e conseguente estrazione del cuore al suono delle sfuriate sonore di Traum e alla fine l’apoteosi, la resa dei conti, Minosse inquisitore scuote l’urna dei fati, inquietante suite di otto minuti che racchiude tanti interrogativi persi tra feedback, droni e rumori d’intralcio. Viaggio atipico, ma corrispondente ad un’esperienza che, per quanto sotto forma di EP, merita di essere affrontata senza esitare.

Gustavo Tagliaferri

la nevicata dell'85 - secoloLa nevicata dell’85Secolo (Fumaio Records/Dreamingorilla Recrods)

La nevicata del 1985, nota nell’Italia settentrionale come “nevicata del secolo”, fu una precipitazione nevosa che si abbatté su gran parte dell’Italia del nord nel gennaio di quell’anno. Le conseguenze, tra caos e disagi, interessarono anche Milano, che rimase bloccata per tre giorni. È da questo scenario che parte il progetto de La nevicata dell’85, che non a caso ha intitolato la sua seconda uscita “Secolo“. Incastro di chitarre e batteria à la Verdena di “Solo un grande sasso” e connubio tra post-rock e spoken word influenzato da quelle rock band dell’underground italiano degli anni ’90, di cui risulta superfluo farne i nomi. La voce rimane un po’ nascosta, come scavalcata dalla musica che è in evidenza, più nitida rispetto alla bella voce di Ivan Cortesi, che invoca testi di un certo livello. “Secolo” è subire il tempo in un’immobilità totale ma trova il modo di sputare fuori immagini sonore fatte di gelo, impotenza e il disagio di una complessità in atto.

Carmelina Casamassa

leitmotiv - a tremulaterraLeitmotivA tremulaterra (Pelagonia Dischi)

Il titolo farebbe pensare ad un lavoro dove predomina il legame con la propria tradizione, il dialetto del proprio luogo natio, l’ennesimo contatto con la pizzica. Ma, quando si parla di un quartetto come quello che compone i Leitmotiv, le cose non stanno proprio così. Quando si ascolta “A tremulaterra“, loro terzo album in studio, si coglie un’altra giusta occasione per dare luogo ad un altro suono, quello di una Puglia dove quella stessa tradizione non rimane ferma su se stessa, ma si abbandona ad un feeling che va dall’altra faccia del romanticismo alla stesura di ipotetiche murder ballad. La voce di Giorgio Consoli, a cavallo tra La Crus (Silent Night) e Mau Mau (Pecore), ha di fronte terreno fertile per un elementare, e non per questo scadente, pop (Romeo disoccupato, Les jeux sont faits), ma, dove l’intima Specchi fa da ideale punto cardine, è anche l’anima portante di notturni folk-blues (Lamaravilla), composizioni caveiane (Fiori d’iloti) ed attimi di ebbrezza (Non ci resta che il mare) che portano a ritmiche surf in metamorfosi con improvvisazioni mediorientali (Cattive compagnie). Allora sì che la terra si scuote, ma, quando ci si serve di un ottimo repertorio quale quello dei Leitmotiv, non ci vuole molto a trarne i giusti benefici.

Gustavo Tagliaferri

appaloosa – trance44AppaloosaTrance44 (Black Candy Records)

Gli Appaloosa firmano il quinto capitolo della loro storia con “Trance44“.  Sicuramente un album dall’anima dance ma che si colora spesso di varie sfumature. Psichedelia, ritmi tribali e dubstep sono quelli che emergono di più, ma sarebbe riduttivo elencare tutto quello che si cela dentro i brani del disco. Sicuramente hanno grande impatto i pezzi più scatenati come Barabba (lu re)Deltoid, coinvolgenti e pieni di energia, con i bassi che pompano a dovere. Quando le atmosfere si dilatano ecco emergere deliziosi viaggi onirici, di cui la conclusiva Super Drug Store è l’esempio migliore, o momenti molto metropolitani come Jerry che fanno da contrasto a momenti intensi e claustrofobici come Polfer. Il basso è graffiante e onnipresente, l’elettronica crea profondità e sensazioni, mentre i campionamenti di voce danno un tocco in più a tutto il lavoro. Il disco è frutto di una sperimentazione davvero riuscita, dove si balla spesso ritmi diversi ma sempre a sfinimento.

Daniele Bertozzi

bohémienBohémiens/t (RBL Music Italia)

Ritorno dall’aldilà. La distanza tra quella gavetta trascorsa negli anni ’80, con la pubblicazione del demo “Sangue e arena”, e il definitivo rialzo successivo allo shock che li aveva colpiti nel 2006, con l’addio di Walter Vincenti, non sembra aver smosso neanche minimamente quello spirito che li ha caratterizzati dagli albori. Quello dei Bohémien, espresso attraverso un lavoro omonimo come questo, è l’avvento di un quartetto che con la caducità del singolo Un altro sabato ancora dà il via ad una danza fatta di dark scatenato (Gli occhi degli amanti, Lo spettro della rosaNatura morta) e funereo (Come un gas (la canzone di Clara), Serial Painter), anima di contemplazioni silenziose (Dov’è il sublime, la strumentale Le foglie tremule), epiche (la ballata Petruska) e di malattie le cui prognosi e diagnosi si fondono in folli suite (La diagnosi del dr. Bleuler), sempre ben interpretate da una voce possente e teatrale come quella di Alessandro Buccini. Ci si trova di fronte a dei Christian Death più gotici e pittoreschi, ma anche con una verve molto cara ai primi Litfiba, per un ritorno che sa di aria fresca, di brividi che scorrono sotto pelle, di una lotta con il tempo che ha visto i diretti interessati come vincitori.

Gustavo Tagliaferri

margareth – flowers MargarethFlowers EP (Macaco Records)

Fiori. Un campo di fiori immenso che si lascia accarezzare da un’onda di vento leggera e delicata. Tutto contemplato da una visione dall’alto che emana una certa soddisfazione, mentre nuvole di passaggio sputano ombre sullo sfondo. Lasciatevi andare, allentate la presa, dimenticate tutto per venti minuti e rotolatevi tra i fiori. Apre le danze Help You Out, orecchiabile e poppeggiante come uno dei brani migliori dei Coldplay ma con un intreccio di suoni ricercato, più sintetico e nebuloso. Un impatto diverso si ha con Flowers, consistente e dettagliata; o con Asimov, la cui personalità risulta essere la più accesa di tutte. Chiude Maze, mentre gioca nell’intro con una voce quasi solitaria ma che si avvia in un percorso lento di suoni sporchi e piccoli schianti frontali. Il giusto equilibrio tra l’atmosfera elettrica, la voce calda, l’elettronica, le percussioni leggiadre, gli accenni di tromba, echi psichedelici e un pizzico di ambient dal sapore islandese. Raffinato ed armonioso. Questo è “Flowers“. Ma soprattutto, un gran regalo dei Margareth.

Carmelina Casamassa

maria devigili - motori e introspezioniMaria DevigiliMotori e introspezioni (Autoproduzione)

In cosa consistono i “Motori e introspezioni” di questo album? Se ci si mette nei panni di Maria Devigili, molto probabilmente sono il risultato di un desiderio di fare a pezzi, per poi ricostruire a modo proprio, l’energia della prima PJ Harvey, incrociandola con una Janis Joplin dal timbro soul che suona un blues sbilenco, ubriaco, grezzo e ruvido, composto da chitarra, percussioni ed isolate incursioni elettroniche, e fatto di solarità (L’istanteSolitudine), di intensi crescendo (La mia fortuna), di psicologia ai tempi della nuova comunicazione (D.N.A. (De Nostrae Aetatis)), di tribalismo e forma mentis (Iperuranio), di murder ballads che narrano di prostitute perdute nel limbo tra la vita e la morte (Kadhy Blues), e c’è anche spazio per un cambio di ossatura alle sperimentazioni elettroniche del Battiato dell’epoca Bla Bla (Aria di rivoluzione) o per fare propria la poesia baudelariana (L’albatros) e di conseguenza chiudere con il sorriso (Etre vivant). Modalità che risultano meno convincenti in Il paese, che, coda finale a parte, per poco non tende a pericolosi ghirigori tipici di certe sonorità italiane di massa. Ma che nel complesso risultano davvero soddisfacenti, da ascoltare in silenzio. Una promessa che merita attenzione.

Gustavo Tagliaferri

soviet soviet - fateSoviet SovietFate (Felte)

Nel periodo del post-modernismo, si assiste all’insorgere di band che, non riconoscendosi nell’attuale panorama di largo consumo, si collocano nel decadentismo musicale equivocamente identificato come “innovativo”. Tra gli addetti al restauro e al rispolvero musicale, si muovono agilmente i Soviet Soviet che, superati i confini marchigiani e già consacrati in Europa, sbancano (e sbarcano) anche nelle Americhe. “Fate” si presenta come manifesto d’anacronismo, dove vengono rimontati tutti i pezzi di una scena anni ’80 dark wave saturata dal tempo e dalle letture. I Soviet Soviet lasciano quindi da parte l’attività creativa e si occupano piuttosto di interpretare in modo sterile una corrente obsoleta, addossandosi così il titolo di “capigruppo” di un movimento di cloni privi di identità e referenziati dalla pigrizia del pubblico che sta rinunciando al diritto d’interpretazione, lasciandolo a quegli stessi cloni.

Eliana Tessuto

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