Cesare Basile – s/t

cesare basile

cesare basileNon bipedi, ma quadrupedi. Non adulti o infanti, né tantomeno cavalli, bensì asini. Certe volte bisogna mettersi nei loro panni per capire quelle dinamiche non appartenenti unicamente al mondo circostante, ma in primis con la propria terra, scalciata, derisa, ed al contempo amata. Gli usi e costumi di questa visti non solo nella loro condizione di massacro, ma anche nel loro essere sinonimo di sopravvivenza, una tradizione tramandata di generazione in generazione. Copione piuttosto anormale per una questione che va al di là dell’essere semplice terreno per un pubblico presente dietro le quinte, in quanto troppo reale per essere mera recita. Se lo scenario in questione è la Sicilia, tutto questo è pane per i denti di un catanese di vecchia data come Cesare Basile, ora più che mai, in un passaggio che lo ha visto evolversi da “Closet meraviglia” e “Gran calavera elettrica” a “Storia di Caino” e “Sette pietre per tenere il diavolo a bada“, fino alla nuova fatica in studio in esame.

Un titolo dietro cui si celano i soli nome e cognome dell’artista, avente un che di profetico, essendo questo, probabilmente, il lavoro più crudo mai fatto dal nostro. Non solo perché cantato per tre quinti in siciliano, ma anche per quello che è l’approccio di cui si serve per interpretare i dieci brani che compongono il tutto, in particolar modo proprio per quello che è il lato “tradizionale”. Battiti degni di un’oscura tarantella che introducono lo sporco folk della Sfida, una verve quasi teatrale che muove la storia di Nunzio e la libertà, la disperazione di Maliritta carni, la veemenza di L’orvu, la passione di Canzuni addinucchiata, rispetto ad una meno incisiva Minni spartuti. Non da meno quel che concerne lo spazio lasciato alla lingua italiana, dove, oltre alla durezza di quella Parangelia tanto discussa per i richiami introduttivi di stampo joydivisioniano, eppure di grande impatto, grazie anche ad un fare che non sfigura di fronte al Mark Lanegan di qualche anno fa, e all’omaggio a Sacco e Vanzetti di Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer, emerge la parte più intima e placata di Basile, che va da Caminanti, scarna e completa allo stesso tempo nella sua composizione, al pianoforte che muove Sotto i colpi di mezzi favori, una The Sound of Silence moderna fatta di echi di festività giunte alla loro conclusione, la stessa del disco.

Un disco difficile da assimilare, vista la sua crudezza, ma allo stesso tempo caratterizzato da una grande capacità di coinvolgimento, che l’autore ancora una volta fa propria, come suo solito, rimanendo sui suoi alti standard. Una realtà fattasi spettacolo tale da andare anche oltre gli ammiratori di chi la descrive.

Gustavo Tagliaferri

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