Alcest – Shelter

alcest - shelter

alcest - shelterCi sono band per le quali la definizione “metal” sta decisamente stretta e spesso rischia di diventare un handicap agli occhi di un pubblico più vasto, a causa di una serie di pregiudizi che, seppur smussati col tempo, continuano a permanere nelle orecchie di chi considera l’heavy-metal (e le sue molteplici sfaccettature) il cugino brutto, sporco e cattivo del rock. Basti citare gli Anathema, la cui proposta successiva al capolavoro death/doom “The Silent Enigma” s’è incamminata su vie pinkfloydiana di pregevole fattura che potrebbero tranquillamente colpire l’attenzione dell’ascoltatore medio dei Radiohead. Penso, altresì, ai francesi Alcest, che del primordiale black-metal degli esordi hanno perso subito la furia per abbracciare preponderanti influenze shoegaze che hanno rinverdito i fasti di un genere che sembrava ormai appiattito sui propri stereotipi.

Shelter“, il quarto attesissimo disco del progetto di Neige, di metal non ha la benché minima traccia, e non solo per la produzione islandese affidata a Birgir Jón Birgisson (Sigur Rós) o alla comparsata di Neil Halstead (Slowdive) su Away. No, la nuova opera degli Alcest è costituita da otto tracce (più Into the Waves nella deluxe edition) di stampo prettamente shoegaze e post-rock, con alcuni passaggi in odor di dream-pop. Né più né meno. In tal senso, l’ascolto del singolo Opale, che funge da apripista dopo l’introduttiva Wings, può rappresentare una vera e propria sorpresa per chi ha amato i tre dischi precedenti. Arpeggi di chitarra lucenti si librano pacificamente nell’etere, con una ariosità che, seppure non sconvolge del tutto, sicuramente spiazza quanti conoscevano i meandri più umbratili di un “Écailles de lune“. Vi è una sorta di irenica liberazione tra i solchi di “Shelter”, ora negli archi di Away, ora nella lentezza di Voix sereines. Neige fa propria la tipica struttura in crescendo del post-rock: gli Explosions in the Sky campeggiano sullo sfondo. Non v’è spazio per il growl che già andava riducendosi in “Les voyages de l’âme“, Neige si affida esclusivamente al pulito. Resta il cantato in francese, peculiarità che ha reso ancor più originale la discografia dei transalpini. La chitarra tesse trame aediche e incanta, non spinge mai sull’acceleratore. La batteria di Winterhalter è un contrappunto sonoro, una cadenza discreta negli sviluppi del volo. Quandanche sia la notte a marciare accanto agli Alcest (La nuit marche avec moi), non c’è mai oscurità. Il dolore della conclusiva Délivrance, probabilmente l’unico pezzo che cerca di mantenere ancora un vago legame col passato, è solo il pretesto per un nuovo sole, una luce abbacinante che rischiara l’anima e le più cupe emozioni.

“Shelter” è un buon disco, non il capolavoro della band, principalmente a causa di una certa leziosità di fondo che rende compassati e meno genuini alcuni momenti. Potrebbe finalmente rappresentare la definitiva epifania degli Alcest dinanzi ad un pubblico diverso, per quanto negli ultimi anni la proposta dei francesi abbia già conquistato molti ascoltatori fuori dai lidi (black) metal. Sarebbe lo sviluppo più degno, alla luce di un album che del passato non contiene altro che richiami davvero esigui. In altri tempi, probabilmente, il metallaro medio avrebbe gridato alla pietra dello scandalo, ma negli ultimi vent’anni l’esperienza di Anathema, Paradise Lost o Katatonia (per citare i casi più eclatanti di abbandono del metal, talora con successivo ritorno alla base) ha mostrato come sempre meno siano i paraorecchi nel mondo del metallo. Buona conquista del nuovo mondo, Neige.

Livio Ghilardi

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