Sempre più alla moda: intervista a I Cani

i cani

A poco più di due anni da “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”, che fece la sua apparizione praticamente dal nulla, su internet, all’inizio dell’estate del 2011, il percorso musicale di Niccolò Contessa continua con “Glamour“, disco più facilmente interpretabile come autobiografico e che finalmente riordina le perplessità dei fruitori sul mondo che Contessa descrive, e sul modo in cui si relazioni ad esso. Ma per un fenomeno controverso come quello generato da I Cani – tutto si può dire di loro tranne che non siano stati capaci di attirare l’attenzione – e per un album decisamente ricco di immagini, sentimenti, significati e brutture che tanto sono care alle ultime generazioni, le risposte non erano ancora abbastanza. Così, li abbiamo intervistati.

Partirò da lontano, dato che di anni ne sono passati un po’. L’etichetta de I Cani è la 42 Records, ma l’affiliazione è nata prima o dopo l’esordio su internet? Non trattandosi della tua prima esperienza nel mondo della musica, immagino che i contatti già ci fossero…

Ho conosciuto Emiliano di 42 Records in modo del tutto casuale, durante un viaggio a Torino, prima di pubblicare i brani, e non gli avevo parlato di questo progetto. Dopo l’uscita dei brani è stato l’unico che ho deciso di contattare attivamente (nonostante ci fosse stato interesse anche da parte di altre figure) proprio perché mi aveva fatto una buona impressione quando ci eravamo conosciuti. L'”affiliazione” vera e propria c’è stata qualche mese più tardi, quando, insieme a Giacomo (Fiorenza, l’altro socio dell’etichetta – ndr), mi ha concretamente proposto di pubblicare un disco con 42.

Domanda di rito: dovendo classificarti da solo, in che genere musicale inseriresti I Cani? Spesso le band vengono inquadrate in generi musicali nei quali stanno piuttosto strette, tu come vivi la cosa?

Non mi pongo più di tanto il problema. In genere dico “pop elettronico”, ma non mi danno particolare fastidio le etichette di genere, visto che io per primo non le prendo granché sul serio.

Che I Cani sia un tuo progetto personale non è un mistero. Ma gli altri ragazzi? Come è stata messa in piedi la band?

In modo abbastanza istintivo: erano tutte persone che conoscevo (chi da più tempo, chi meno) e mi sembrava che fossero le persone con cui mi sentivo di affrontare una cosa del genere.

Anche se “Glamour” è appena uscito, sono curiosa di sapere se e quanto ci sarà da aspettare per un terzo disco. Che previsioni hai?

Non ne ho veramente idea, quindi credo che ci sarà da aspettare parecchio. Sempre che ci sia un terzo disco.

Il video di Storia di un artista si differenzia molto dai precedenti. Per usare il titolo dell’album, è proprio più “glamour”. Come ti relazioni a chi collabora con te per i video?

Dipende dal video. Nel caso di Luca Lumaca, che ha girato il clip a cui ti riferisci, lo avevo conosciuto qualche anno fa perché si era proposto di girare il video di Wes Anderson, quindi nel suo caso già ci conoscevamo. Altrimenti si aspetta che arrivi qualche proposta interessante. Non c’è una regola.

Volendo parlare del video di Non c’è niente di twee, perché questa scelta, anziché presentare il nuovo album con un video come quello di Storia di un’artista, esteticamente più raffinato?

Per ragioni pratiche: è un video realizzato in un pomeriggio, da me, a costo zero. Volevamo qualcosa di molto semplice, non un videoclip vero e proprio.

httpv://www.youtube.com/watch?v=9L6GmHCWC4g

La copertina, invece, com’è nata? Anche questa è molto più glamour rispetto alla precedente. Tra l’altro, come mai proprio questo termine dà il titolo all’album? Non trovi sia più vicino alle riviste di moda, piuttosto che alla musica o ad uno stile di vita?

La ragazza in copertina è una ladyboy thailandese: l’ho scelta perché la figura della ladyboy mi affascina molto. Il titolo mi piaceva proprio perché non c’entra apparentemente nulla con la musica.

Ammetto che deve essere dura che qualcuno stia continuamente a mettere sulla bilancia le parole che vengono usate nelle proprie canzoni. Come se si negasse all’artista la libertà di fare anche delle scelte “a caso”. Secondo te, possono esistere scelte di questo tipo, nella musica? In fondo la musica è anche ispirazione…

Più che “a caso” direi che si fanno scelte istintive. Poi però arrivano le interviste, e quindi uno si trova costretto a giustificarle, appunto!

Quindi, secondo te, tutto questo dover analizzare ed essere analizzati risulta pesante oppure solletica l’ego dell’autore, che ha la possibilità di spiegare ogni dettaglio delle sue canzoni?

Sì, dopo un po’ diventa abbastanza pesante.

Ad esempio, m’è rimasta da tempo una curiosità su Le coppie de “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”, dove dici che “La statistica afferma che spesso il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso che alla fine dirà di troncare“. Esiste davvero questa statistica? In effetti sembra quasi verosimile.

Non credo proprio che esista nulla del genere, o almeno io non ne so nulla.

Vedo Le coppie e Non c’è niente di twee molto vicine, in qualche senso. Anche in Non c’è niente di twee, sia per la parola twee, sia per la “reginetta di Tumblr“, ho inteso una relazione sullo sfondo, forse solo un tassello di un tema più complesso, ma comunque esistente. Ho inteso bene, o ho inteso sentimentalismi in una canzone dove appunto di sentimentalismi non ce n’erano?

Sì, la canzone parla di una specifica relazione.

A me sembrano quasi due mondi contrapposti: le coppie “reali”, quelle che non si lasciano quasi mai, poi si lasciano e sui social network non sono più amici, e quelle glamour, quelle che sembrano twee ma di twee c’è ben poco. Fascino e vuoto tra le persone che si miscelano dando origine a un cocktail deludente, a volte proprio inesistente. Non c’è niente di twee si può quindi considerare una canzone “d’amore” o andrebbe riportato in secondo piano?

È un pezzo che parla di una relazione sentimentale, ma, appunto, non lo definirei affatto una canzone d’amore. Il senso del pezzo è un po’ quello.

Sempre nella stessa canzone parli di “stanze di gente che esce troppo poco di casa” o “madri ansiose con figlie in prigione al computer dentro camera loro“. È anche così, l’indie italiano? Non dovrebbe essere più un: uscire sempre, bere sempre, concerti, progetti musicali, viaggi?

Ci sono tutte le cose che dici tu, ma in alcuni secondo me c’è anche un lato più oscuro di paura del mondo – le due cose in qualche modo convivono.

Un’altra cosa che mi sono chiesta dal primo album, è come avrebbe reagito la tua Caterina di Hipsteria ascoltando il disco dei Cani. Secondo te, dovrebbe piacerle? Insomma, che effetto ti fa sapere che nel tuo pubblico probabilmente ci sono proprio gli stereotipi che descrivi? Magari Caterina non s’è neanche riconosciuta…

Non esiste una Caterina specifica, e anche se esistesse non so se le canzone le piacerebbe. Forse sì.


Com’è cambiata la tua vita dopo l’uscita del primo disco?

A parte le cose ovvie (tipo iniziare a suonare in giro, i tour, le interviste, etc.) non mi sembra ci siano stati grossi cambiamenti dovuti specificamente al disco. Sono cambiato io rispetto a quando è uscito, ma semplicemente perché sono passati quasi tre anni.

Storia di un impiegato a me sembra che descriva proprio il ritorno alla realtà ordinaria di chi mette da parte le velleità, quelle di cui parlavi nel primo disco. Tra l’altro, qui fai riferimento a De Andrè, ma la presenza anche di un’introduzione, proprio come in “Storia di un impiegato” di De Andrè, è una coincidenza?

Non avevo notato la presenza di un’introduzione in entrambi gli album finora, quindi direi che è una coincidenza!

In Introduzione canti: “E sarà dura far scrollar di dosso quest’idea che a nominare ciò che esiste non si dice nulla“, quasi a giustificare quanto “glamour” grondi di citazioni. Secondo te perché in determinati ambienti si è ossessionati dalle citazioni? Come se il percorso personale di qualcuno dovesse per forza camminare su di un passato che non gli appartiene direttamente, e a volte anche su di un presente già scritto da altri. Sembra quasi un mondo che si autosostiene, senza partire da immagini “vere”, ma dal ricordo delle parole degli altri, canzoni, libri, riviste, e sentimenti che hanno suscitato. Capisco che citare gruppi come i Diaframma apra un mondo nell’ascoltatore, ma perché questa rincorsa al citazionismo, non solo nei testi dei Cani, ovviamente, ma anche in buona parte del loro pubblico, e in un po’ di altri prodotti?

Tornando al discorso di prima sul dover spiegare le scelte “a caso”: la mia risposta onesta sarebbe che a me viene spontaneo. Dovendo giustificarlo, direi che siamo esposti in ogni momento a una quantità enorme di informazioni, canzoni, video, pubblicità, insomma stimoli “culturali” di ogni tipo, per cui è molto difficile farne a meno in quello che si scrive.

Nella canzone di San Lorenzo si parla di universo e così via. Dobbiamo cogliere anche qui, qualche citazione meno evidente? Ad esempio, San Lorenzo è una zona di Roma… Si può intendere questa canzone come un ritorno ad una realtà scientifica, dopo aver a lungo divagato nell’interiore?

La storia di San Lorenzo come quartiere era più che altro uno scherzo: volevamo che, una volta pubblicata la tracklist, la gente pensasse che si trattava del quartiere di Roma. Più che sulla realtà scientifica, per quanto mi riguarda è un pezzo, appunto, sull’universo.

Che rapporto hai con la fisica? Scusa, ma dopo San Lorenzo come domanda mi nasce spontanea.

Ho studiato fisica all’università per un anno, poi sono passato a matematica, ma sono rimasto interessato alla fisica teorica.

Nelle tue canzoni parli quasi sempre di Roma, ma Storia di un artista è ambientata a Milano. Ce ne sono altre che senti vicine, o I Cani iniziano e finiscono a Roma?

In realtà entrambi i dischi sono stati mixati e/o registrati a Bologna, quindi considero quella un po’ la seconda patria de I Cani! Non so, però, se ci ambienterò mai un pezzo.

In Vera Nabokov canti “e non è avere vent’anni, e non è avere gli esami, fidati, è qualcosa in più“. Anche in Corso Trieste parli di “pischelli con la stessa faccia di cazzo che avevi, da vero duro con problemi seri“. Secondo te il mondo dell’adolescenza – temibilmente complesso – cede spazio, con l’avanzare dell’età adulta, a malesseri peggiori? E di che tipo?

È difficile spiegarlo, infatti nel pezzo non ci provo neanche! Per rimanere in tema di citazioni, diciamo che è quel momento in cui inizi a sentirti più vicino a “Il deserto dei tartari” che a “Il giovane Holden”. Meno innocenza.

Nell’ultimo brano parli di Lexotan, psicofarmaci, MDMA, e nonostante nel testo essi siano rinnegati insieme a tante altre cose, a me sembra comunque un finale piuttosto pessimistico. La chimica può essere una soluzione, ai sentimenti come la malinconia su Corso Trieste, o ai mancamenti di Storia di un impiegato?

Credo che ognuno trovi soluzioni diverse, e spesso anche per la stessa persona quello che funziona in un certo momento non necessariamente funziona per sempre. Cercarlo in particolare nella chimica, poi, può essere molto rischioso.

Chiudo l’intervista con una domanda veramente stupida: ce l’hai un cane?

No, però quando ero piccolo ogni tanto un’amica di mia nonna ci lasciava il suo volpino per qualche giorno (cioè, in realtà era un bastardino random, ma sembrava un volpino). Ci ero molto affezionato.

Valentina Guerriero

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