Letteratura sull’amore: intervista ai Non voglio che Clara

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Il nuovo disco dei Non voglio che Clara è elegante e intriso di letteratura. L’amore, il rischio, il tradimento, l’affrontare la realtà con coraggio, cercare rifugio dalla sofferenza; tutto trova spazio all’interno di dieci brani-racconti cullati da suoni raffinati e intensi. Ascoltando “L’amore fin che dura” abbiamo pensato di intervistare Fabio De Min per soddisfare qualche curiosità del momento.

“L’amore fin che dura” sembra un disco più corale, con una componente orchestrale ancor più in vista, di respiro letterario e cinematografico. Le note all’interno del booklet accentuano queste peculiarità (penso alle note poste sotto il testo de Il complotto con i riferimenti del libro o del disco presenti in “scena”).

C’è una certa unitarietà data dal fatto che i brani sono composti in un periodo di tempo ristretto, da questa coesione nasce l’idea di confezionare il tutto come fosse una specie di antologia di racconti e giocare un poco con i titoli, alla maniera di Calvino ma con in testa P.K. Dick.

Stavolta è Picicca l’etichetta del disco. Perché non farlo uscire con Lavorarestanca?

Per avere un ulteriore sguardo esterno e magari più obbiettivo sul lavoro, di quello che posso avere io da solo. La mia idea sul disco e quella di Picicca avevano diversi punti in comune, per cui abbiamo deciso di lavorare insieme.

E guardo in fronte ad uno specchio, mi lavo i denti e intono l’inno di Forza Italia con il culo” (La caccia). Per la prima volta è presente un riferimento esplicito alla politica attuale.

Talmente di attualità che hanno riformato il partito appena ho finito di scriverla. Il contesto non è propriamente politico però, è un quadretto in cui certamente esprimo un mio pensiero ma che non per questo ha velleità da canzone di protesta.

Tra i vari brani, cattura l’attenzione La bonne heure per il suo modo particolare di trattare un tema delicato (il tradimento e un ipotetico omicidio dell’amante), una situazione che degenera raccontata con un tono quasi satirico.

Lo svolgimento della storia è talmente dettagliato che non mi resta molto da aggiungere, se non che è un po’ di tempo che volevo scrivere una canzone che avesse fra i protagonisti un uomo in divisa.

Per la copertina e il titolo del disco precedente vi eravate ispirati all’immagine del cane in Majakovskij, a chi vi siete ispirati questa volta?

Prima di Majakovskij vorrei menzionare la straordinaria Laetitia Calcagno, che è l’autrice del dipinto che sta sulla copertina di “Dei cani“. Per tutto l’artwork de L’amore fin che dura mi sono invece ispirato a un libro di anatomia artistica di Jeno Barcsay, anche se le illustrazioni vengono da un libro dell’800.

La caccia è un brano meraviglioso, con una parte strumentale da brividi. Com’è nata?

È un pezzo che avremmo potuto inserire già in “Dei cani”, ne avevo scritto una parte attorno a quel periodo, ma poi ho preferito lavorare su altre cose e così è rimasto incompiuto in un cassetto, fino all’estate scorsa.

Nei vostri dischi non mancano mai riferimenti all’amore: dall’incanto al disincanto, cambiando un po’ le aspettative e i contesti ma si direbbe che parlate sempre della stessa cosa.

L’ho pure infilato nel titolo, così che ogni tentativo di spostare l’attenzione su qualcos’altro fallisce ancor prima di cominciare. Ma vale solo se ti fermi in superficie, e infatti la copertina è proprio un invito ad andare in profondità. Ma non mi ci vedo nel ruolo di Julio Iglesias, mi sento più un fotografo che un cantore.

Qual è secondo voi la giusta collocazione della band all’interno della scena musicale di oggi?

Le etichette e le classifiche le lascio volentieri a qualcun altro. Mi sembra in generale un periodo difficile in cui fare musica, indipendente dai consensi e dai riscontri.

Da un disco dall’anima low-fi (“Dei cani”) ad un disco hi-fi. Come mai?

Potrei semplicemente risponderti che per “L’amore fin che dura” abbiamo speso più soldi. Solo che trovo molto interessante la tua definizione lo-fi per “Dei cani” che penso la farò mia.  D’altro canto l’approccio lo-fi appartiene al mio background, ho cominciato a scrivere registrando su un quattro piste a cassette e in un certo senso ogni disco è una “A Collection of Songs Representing an Enthusiasm for Recording… By Amateurs”, per dirla alla Flaming Lips. E ogni disco è l’espressione e il suono di una determinata situazione, di un posto, di uno studio.

Vale anche per voi la citazione “non può esistere arte senza sofferenza?”

Non esiste arte senza fatica, direi piuttosto. Dalla sofferenza in genere credo sia sempre il caso di rifugiarsi e in fretta. I dischi, la letteratura, il cinema, a volte te ne offrono l’opportunità, ma in cambio ti chiedono di metterti in discussione e di abbandonare la pigrizia.

Carmelina Casamassa

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