OvO – Abisso

ovo - abisso

ovo - abissoChe sia una discesa negli inferi o una camminata lungo un tappeto rosso che ha come filo conduttore l’entrata in una piccola bottega degli orrori, quella di Bruno Dorella e Stefania “?Alos” Pedretti è sempre stata un’esperienza avente un innegabile fascino, dietro quel fare claustrofobico che può facilmente destare particolari sospetti. Una ricerca dove il terrore e la bellezza vanno a nozze, ogni volta seguendo dinamiche differenti, tanto da far sì che ognuna delle uscite firmate OvO fosse sempre un riuscitissimo capitolo a parte, un ripetuto passaggio da una dimensione all’altra. Ma per gruppi di cotanto stampo può capitare, di tanto in tanto, di arrivare ad un punto di rottura, una svolta nel suono, nello stile, forse anche nel repertorio, tale da costituire una sorta di zenith. E sprofondare nell'”Abisso” in esame potrebbe essere un esempio lapalissiano di quanto assodato.

Là dove uno spirito libero sa di agire secondo le proprie esigenze, questo album dà un’adeguata visione di quello che può essere l’inferno: un paradossale paradiso furente dove, di girone in girone, si passa dall’allucinazione ambient che dall’Harmonia microscopica che apre il disco si evolve tramite una continuazione Macroscopica ad una doppietta che va dal richiamo sludge di Tokoloshi alle intuizioni stoner de I cannibali. Uno stupore condiviso anche da quei momenti recanti sfumature più nipponiche che tedesche, dalla trionfale marzialità noise-industrial di Aeneis alla tempesta hardcore di Pandemonio, fino ad un’Africa che se con i connazionali Mombu aveva mostrato il suo lato tribale, con la title track ed Ab uno vira verso quello simil-corale. Non da meno la presenza di ospiti di un certo calibro, come in A Dream Within a Dream, dove le urla angosciose e luciferine di Alan Dubin (Khanate) muovono uno sfogo lento e cadenzato prossimo a mutare in una furia cieca tale e quale a quella della Pedretti, oppure una Carla R. Bozulich che presta la voce al freddo e sinistro meta-blues sotterraneo di Fly Little Demon, ideale ponte levatoio da abbassare prima di giungere al ritorno in superficie di Fame. Dulcis in fundo, una certa perizia nelle manipolazioni effettuate da Riccardo “Rico” Gamondi (Uochi Toki) qua e là fa sì che il tutto risulti ancora più disturbante ed allettante.

Ne consegue che l’abisso in esame merita di essere esplorato più a fondo possibile, una volta caduti, in quanto sinonimo di una delle pagine maggiormente rilevanti, come composizioni, come performances vocali, come arrangiamenti, scritte dagli OvO. Verrebbe addirittura da definirlo, forse, il loro disco “rock”. Ma forse è solo un eufemismo che da solo di certo non basta a capire la ricchezza di opere simili.

Gustavo Tagliaferri

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