11 cover per… Arctic Plateau

arctic plateau

“I am so inspired by the sadness that I feel I have found the joy”. Oltre a introdurre l’ascoltatore in “On a Sad Sunny Day”, il primo verso di Alive è anche la lente attraverso cui interpretare l’estetica musicale di Gianluca Divirgilio, in arte Arctic Plateau. “La malinconia – ci raccontava in un’intervista un po’ di tempo fa – è un dato di fatto, esiste dentro tutti noi e l’unico modo che ha di manifestarsi a livello di contatto visivo immediato è attraverso uno sguardo. Sotto questo punto di vista ho sempre pensato ad una musica che avesse gli occhi puntati verso la linea dell’orizzonte e che fosse così profondamente travolgente da non aver bisogno di essere descritta troppo attraverso le parole”. Pubblicati per la tedesca Prophecy Productions, Arctic Plateau ha all’attivo due dischi. All’esordio sopracitato del 2009, è seguito tre anni dopo “The Enemy Inside“. Questa è la sua tracklist. Buon ascolto.

The CureA Night Like This (da “The Head on the Door”, 1985)

Chiaro come il sole che questo brano contiene tutto quello che deve contenere un brano ben scritto; un riff portante che ogni buon amante della new wave dovrebbe imparare a suonare sul basso e sulla chitarra per capire che cosa erano veramente gli anni 80 e quanto un certo tipo di musica abbia gettato i semi in favore di molta della musica che oggi circola in classifica. Molto del pop “più o meno rock” italiano da classifica ha pescato qua e là proprio da questi Signori Inglesi. I suoni fanno storia e la band è in stato di grazia. Robert Smith, ispiratissimo, regala una delle più belle melodie mai scritte.

A Silver Mt. Zion13 Angels Standing Guard ‘round the Side of Your Bed (da “He Has Left Us Alone but Shafts of Light Sometimes Grace the Corner of Our Rooms…”, 2000)

Impossibile a mio avviso riprodurre una gemma del genere senza intaccarla o anche distruggerla. Un brano di una bellezza disarmante, evocativo quanto un sogno, onirico quanto la realtà notturna di un mare in cui si scorgono soltanto lontane luminescenze di vita, piccole schegge e frammenti di stelle che dilaniano l’aria con note di pioggia. Incantevole musica che non ha tempo. Uno di quei brani che non è possibile reinterpretare, perchè perfetto. Continuavano a chiamarlo post-rock.

For AgainstLove You (da “Coalesced”, 2002)

Non un fiato. Un brano che si suona da sé, con un giro armonico talmente semplice che potrebbe suonarlo chiunque con una chitarra acustica. Pur non amando particolarmente il genere dream pop, devo riconoscere che la bellezza di solito tende a nascondersi molto bene attraverso piccoli particolari non sempre in luce. Capita a volte di scoprire qualcosa di bello proprio quando tutto stà per concludersi, come a mancarci in anticipo, sul finire. Potete ascoltare questo brano in loop per una giornata intera senza che diventi noioso, mentre fate le vostre cose. Provate. Il potere di un buon arrangiamento è tutto qui dentro, in due parole di titolo e zero testo.

Talk TalkRenée (da “It’s My Life”, 1984)

Una volta c’erano i Talk Talk ma paradossalmente si parlava meno e si producevano gemme musicali ineluttabili e storiche, molte delle quali avrebbero ispirato altre band. Nell’era dei talent show quello che avviene è esattamente il contrario. Comprai la musicassetta dell’album nell’estate del 1984. Il disco conteneva molte composizioni di qualità, ma il ritornello di questo brano in particolare mi scioccò tanto da mandarmi letteralmente in fissa per la band, che purtroppo pian piano sparì dalle scene. Posso ricordare davvero molto bene il periodo degli anni ottanta grazie all’ascolto di questo brano ed ogni volta ho l’effetto macchina del tempo per tutto il tempo che voglio, se voglio. Ma come per ogni buon viaggio il problema non è nell’andata.

This Empty FlowUseless (da “Magenta Skycode”, 1996)

Se avete visto un film dal titolo “Nói Albínói” avete ascoltato indirettamente questa band. Il brano di cui parlo è indiscutibilmente un capolavoro del genere Wave. Inutile sottilizzare o soffermarsi sul tipo di produzione (comunque di mio gradimento) dell’intero album, mastodontico e nostalgico. Struggente perchè struggente è la Musica in sé; “To shed a million tears there is a chalice where all sorrow is poured from” è un verso che non lascia speranze sin dall’inizio. Fortemente consigliato a chi ama i Cure di “Disintegration” ed agli amanti in fuga dal mondo.

NovembreThe Dream of the Old Boats (da “Wish I Could Dream It Again…”, 1994)

Amo questo brano e amo l’album in questione, con le sue piccole imperfezioni e crepe, per una questione di impatto personale con il tempo; quando uscì questa gemma era il 1994 ed avevo 20 anni circa. Mi è impossibile tutt’ora descrivere esattamente cosa è successo dentro di me ascoltando “Wish I Could Dream It Again…” interamente, ma fu devastante. Non esisteva tutta la musica che c’è oggi eppure i Novembre contenevano quel che negli anni a venire sarebbe divenuto vessillo per molte band. In essi non coesistevano solamente influenze relative alla New Wave o al metal estremo, ma i germi di un interiorità unica che si sarebbe manifestata anche nei dischi successivi. Indimenticabili.

Sigur Ròsuntitled #3 (da “()”, 2002)

C’è chi ha provato a far finta che non siano mai esistiti e chi ha provato a denigrarli ma la realtà è che hanno lasciato un segno molto profondo, specie nel cuore dei musicisti, influenzando un era musicale che volgeva al suo termine in modo fisiologico. A mio modesto modo di vedere le cose non è possibile riprodurre tale bellezza racchiudendola nei confini di una cover ma è certo che qualcuno presto o tardi riuscirà in questa impresa. Quel che mi chiedo è se qualcuno riuscirà mai a superare le vette compositive dell’originale capolavoro assoluto dell’album che contiene questo prezioso brano.

Pink FloydDogs (da “Animals”, 1977)

Sono nato negli anni ’70, amo i Pink Floyd. In tanti anni ho ascoltato tante cover band, ma difficilmente io stesso cercherei di riprodurre interamente un brano dei Pink Floyd con una band, senza sentirmi prevaricato dall’importanza imponente di quel che vado a “rifare”; certamente chi riesce a “commettere” questo gesto in modo naturale è un fenomeno. Non c’è spazio né tempo quando parlo di certe cose e non si tratta di equipaggiamento o strumentazione; nel riproporre i Pink Floyd ogni minima personalizzazione fisiologica (quanto tipica) di una cover band finisce irrimediabilmente per spersonalizzare il significato di tutta quanta la questione e su ciò mi ritengo addirittura intollerante; in vita mia non ho mai ascoltato una cover band dei Pink Floyd che mi sia piaciuta. Non che mi interessi in modo spasmodico ma sono sempre pronto a ricredermi.

Type O NegativeMy Girlfriend’s Girlfriend (da “October Rust”, 1996)

Un brano incantevole, un album imponente. Resterà in me il rimpianto di non aver mai ascoltato dal vivo i TON e Peter Steele: una delle voci più belle del mondo. Ho acquistato l’album complessivamente tre volte in vita mia (musicassetta nel ’96 distrutta dagli ascolti e cd nel 2000 non più riproducibile) se consideriamo il recente download da iTunes. Una band che ha bisogno di essere ricordata, benvengano interpretazioni di ogni sorta. Per mio indice di gradimento gli eredi diretti di una simile bellezza sonica sono i Foreshadowing, una band che sforna un disco meglio dell’altro; gli unici, a mio modesto parere, che oggi sarebbero in grado di poter rappresentare con grandissima efficacia la musica dei Type O Negative.

UltravoxDancing with Tears in My Eyes (da “Lament”, 1984)

Ero un ragazzino di 11 anni e come tanti della mia età venivo rapito da sonorità che si affacciavano in quel momento, che ispiravano gente come me ad accantonare la tastierina Casio e a prendere in mano per la prima volta una chitarra. Uno di quei ritornelli che restano a vita natural durante. Un vero e proprio inno degli anni ’80 assieme a brani memorabili di U2 e Simple Minds, in piena era post-synth; sonorità ed atmosfere come questa avrebbero aperto un varco alla malinconia, fino circa al 1986, anno in cui secondo il parere del sottoscritto, la scena volse quasi al completo termine.

Klimt 1918Lomo (da “Dopoguerra”, 2005)

Brano eccezionalmente decadente, quadratura perfetta di tutto ciò che in musica è sublime.

a cura di Christian Gargiulo

11 cover per… è la nostra nuova rubrica. Funziona così: un(a) musicista sceglie le undici, altrui canzoni che inserirebbe in un suo personale album di cover e per ogni scelta fatta ci spiega il motivo. Senza alcun tipo di limite: né di genere né di nazionalità né di periodo storico.

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