Calibro 35 – Traditori di tutti

calibro 35 - traditori di tutti

calibro 35 - traditori di tuttiÈ risaputo che un rischio comune a diverse band particolarmente attive nell’ambiente italiano dell’ultimo decennio sia quello di giungere, ad un certo punto, ad uno stallo relativo alla propria ispirazione, un’involuzione dell’arte in semplice attività artigianale, a volte di livello, a volte molto meno. Ma non sembrerebbe essere questo il caso, dal momento che i Calibro 35 hanno sempre cercato, dal loro omonimo album d’esordio, di tenere fede a questo obiettivo lo si è gradualmente intuito di disco in disco. Se l’EP “Dalla Bovisa a Brooklyn” non mostrava lo stesso stato di grazia, in quanto ad ispirazione, venuto alla luce con “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale“, l’uscita di questo “Traditori di tutti” cambia immediatamente le carte in tavola. A giudicare, in primis, da quell’impronta digitale messa in bella vista come copertina e da un Giorgio Scerbanenco che ha fatto scuola.

Un taglio netto, che segna definitivamente il passaggio ad un repertorio composto esclusivamente ad otto mani. Un tradimento, come da titolo, ma solo sulla carta, in quanto segnale di abbraccio con un’evoluzione che nulla ha da invidiare a certe jam sessions d’oltreoceano, e che non tradisce certamente lo spirito poliziottesco dei 70’s a cui i più sono stati abituati. Specialmente visto quel Prologue cadenzato, soffuso, che dà il via alle danze e lascia immediatamente intuire il loro tocco, aprendo un lungometraggio anticipato da un singolo come Giulia mon amour, che incattivisce quanto già tentato con la Uh ah brr del disco precedente, usufruendo anche di un organo di memoria doorsiana che fa pendent con il drumming di Fabio Rondanini. Poi c’è il funk, che dalle sue radici, rinforzate in You Filthy Bastards!, passa il testimone ad un incedere forsennato, elettrico, come quello di Stainless Steel, con tanto di fiati a dare il colpo di grazia, fino ad assumere una dose di tensione rock in più in One Hundred Guests, dove mellotron, linea di basso e coro in crescendo giocano una partita a piè pari. Anche la scelta dei cori non è da meno, specialmente quando ad essere coinvolto è il gentil sesso, rappresentato da Serena Altavilla (Blue Willa), sensuale e seducente al punto giusto in The Butcher’s Bride, spiritata ed ipnotica in Miss Livia Ussaro. Più pacate sono invece Two Pills in the Pocket e la conclusiva Annoying Repetitions, un mix di raffinatezza noir ed allucinazioni psichedeliche, e non mancano di certo nemmeno le cavalcate che hanno reso i ragazzi noti ai più (Vendetta), mai noiose ed approssimative.

Tirando le somme, cosa rimane di un’opera del genere? Un disco dei Calibro 35? Sì. Un ulteriore sguardo all’estero? Forse sì, forse no. Una conferma di se stessi non snaturata da qualsivoglia eccesso di ego? Senza dubbio. Difatti “Traditori di tutti” è lo specchio di una maturazione che, passo dopo passo, finisce per forgiare un ensemble che di classe ne ha da vendere ancora più di prima. Che il film cominci.

Gustavo Tagliaferri

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