Cynic – Kindly Bent to Free Us

Cynic - Kindly Bent to Free Us

Cynic - Kindly Bent to Free UsIl fatto che i Cynic si siano sciolti subito dopo aver dato alle stampe un capolavoro come “Focus” carica certamente ogni loro nuova fatica di grande aspettativa. Se a ciò si aggiunge che dopo la reunion, oltre ad un buon “Traced in Air”, abbiamo ottenuto quasi esclusivamente qualche vecchia canzone riarrangiata e poco degna di nota, l’attesa di questa loro nuova fatica si fa insopportabile per gli amanti della band.

Se “Carbon-Based Anatomy” non fosse bastato a far capire che non ci sarebbe stata più alcuna traccia di death-metal nella discografia dei Cynic, allora i tre singoli che hanno anticipato l’album avrebbero dovuto far perdere ogni speranza, anche a coloro che si sarebbero accontentati giusto di un po’ di metal tout court. E “Kindly Bent to Free Us” si presenta difatti come un album molto più tendente al progressive rock. Sembrerebbe quasi che le esperienze maturate nel corso degli anni dal trio si siano condensate in questo loro ultimo full-length, cosicché vi si possa sentire sia qualche atmosfera e sprazzo più alternative rock alla Æon Spoke, che qualche giro fusion che ricorda i Gordian Knot – d’altronde Sean Malone è prima di tutto un bassista jazz/fusion, e ha un tocco talmente personale che risulterebbe impossibile non distinguerlo da quello di altri bassisti.

L’altro tratto estremamente distintivo del loro sound rimane la voce di Masvidal che viene, risultando un po’ noiosa a lungo andare, continuamente effettata con un vocoder nonostante il cantante/chitarrista ormai possa probabilmente farne a meno. È stato invece eliminato ogni minimo spunto tribale che era comparso in “Carbon-Based Anatomy” e che derivava forse dall’avventura dei membri dei Cynic con gli Aghora.

Dopotutto “Kindly Bent to Free Us”, nonostante rappresenti una svolta rispetto ai precedenti lavori del gruppo, era abbastanza prevedibile. Il problema dell’album è che, nel complesso, suona abbastanza scialbo e poco incisivo, soprattutto nella sua seconda parte, durante la quale l’attenzione dell’ascoltatore cala parecchio. E anche nella prima metà le uniche due tracce veramente riuscite bene sono Kindly Bent to Free Us e Infinite Shapes. La title track è forse la più rappresentativa dell’intero disco, mentre la seconda presenta sonorità futuristiche grazie ad un intelligente utilizzo dei sintetizzatori che, purtroppo, rimane isolato.

In definitiva, il problema dei Cynic post-“Traced in Air” è quello di non riuscire a dare organicità al proprio lavoro, producendo sempre qualcosa di poco omogeneo e che ha sempre il difetto di suonare come incompleto.

Edoardo Giardina

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