My two cents#20

My two cents

In questo numero: Edoardo Cremonese, U.P.O.N., Deluded by Lesbians, Cranchi, Jules not Jude, Elias Nardi Quartet, Wemen, Quarzomadera, Varego, A.S.O.B.

edoardo cremonese - siamo il remix dei nostri genitoriEdoardo CremoneseSiamo il remix dei nostri genitori (Libellula Music/Dischi Soviet Studio)

Nessun cantautore depresso, nessun ascolto impegnativo, nessuna sonorità cupa, ma tanta semplicità che non cade nel vuoto né nel ridicolo. Distaccandosi dall’autoreferenzialità tipica del cantautore, Edoardo Cremonese racconta di personaggi strambi dell’ultima generazione (Samuele, Danilo lo stalker), di generazioni a confronto (genitori/figli), di relazioni interpersonali (Super-noi, Gravidanze) e santi diventati star della città di Padova (Sant’Antonio). Attingendo da scene, sia degli anni ‘80 che del presente, “Siamo il remix dei nostri genitori” riesce a tirar fuori anche ritratti di città, passeggiando a braccetto con Nicolò Carnesi per Palermo o circolando A Milano col trattore (proprio come Pozzetto ne “Il ragazzo di campagna”). In questo disco a presa rapida in cui è evidente l’influenza di Enzo Jannacci, il cantautore padovano riesce a mescolare e dosare vari stili, senza prendersi troppo sul serio (come dimostra in Bello come quando). Bello come quando un cantautore esegue un brano in cui suona il pianoforte che non sa suonare ma l’importante è sapersi mettere in gioco. Carmelina Casamassa

u.p.o.n. - l'ombra delle formicheU.P.O.N.L’ombra delle formiche (Snowdonia Dischi)

Ha il sapore della fantascienza, quell’ambiente scuro e polveroso predominato da ciminiere fumanti ed abitato da insetti giganti raffigurato nell’artwork. Ma dietro “L’ombra delle formiche” non c’è solo questo. Il trio genovese che si nasconde dietro il monicker U.P.O.N. professa un verbo tutto suo, composto di una formula di matrice heavy-jazz-core, la quale basterebbe per rendere l’idea di ciò che c’è da aspettarsi. Un ambiente dove a fare da eco sono costruzioni shellachiane (una distruttiva Formicazione introdotta da riff di stampo 70’s), doncaballeriane (Il diavolo A4), ma anche vagamente zappian-zorniane (Le pecore elettriche sognano gli androidi?), fino ad arrivare a composizioni che non hanno nulla da invidiare a quanto già dimostrato dai connazionali Zu (All Jazz Hera) o che odorano di noise e progressive metal melodico allo stesso tempo (Dromofobia). E quando si occhieggia anche ad un suono doom e raffinato allo stesso tempo (L’ultimo grido in fatto di silenzio), o a certa ambient decadente (Una formica da marciapiede) e lievemente rumorista (Born to be an Hive), è chiaro che uno scenario simile prenda definitivamente realtà, grazie a dei musicisti che senza sbavatura alcuna si fanno complici di un lavoro di spessore, da non perdere affatto d’occhio. Una terra da scoprire. Gustavo Tagliaferri

deluded by lesbians – heavy medalDeluded by LesbiansHeavy Medal/L’altra faccia della medaglia (Godz Records)

È vero che nella vita bisogna scegliere, ma i Deluded by Lesbians hanno fatto un doppio lavoro, lasciando a voi la scelta. Il trio infatti ha rilasciato un doppio cd come una medaglia a due facce che da un lato presenta tre corpi di ragazze in costume a far da copertina a dieci brani in inglese e dall’altra tre pancette maschili a far da copertina a dieci brani in italiano. Heavy Medal/L’altra faccia della medaglia apre il sipario con un brano elettronico, per poi sfociare nel rock ‘n’ roll, negli  accenni blues, nell’alternative rock americano e nel punk. Le stesse tematiche vengono trattate in entrambi i dischi, contestando quella musica di oggi sempre meno suonata e lasciata nelle mani dei computer, prendendo in giro il mondo dell’elettronica perché un sintetizzatore è più figo di un batterista, i ragazzi che usano i cuccioli per rimorchiare o i tormentoni dell’estate da due minuti e mezzo. È chiaro che a questi ragazzi piace giocare (a cominciare dai loro pseudonimi da donna) e divertirsi mentre suonano, peccato che i testi lascino troppo spazio al nonsense, risultando tutt’altro che accattivanti. Carmelina Casamassa

cranchi - volevamo uccidere il reCranchiVolevamo uccidere il re (In the Bottle Records)

Rappresentanti di generazioni differenti, che il tempo non tiene lontane di molto. Non aprioristicamente tendendo al folk, ma prendendo come esempio principale la sana canzone d’autore settantiana dello stivale. Il profilo ideale per un quartetto come i Cranchi, che con “Volevamo uccidere il re” giunge al secondo album in studio, in movimento tra passato e presente. Un titolo che lascia emergere la voglia di ribellione, il tentativo di lotta al potere, quello rappresentato dalle voci di Massimiliano e Marco. E il romanticismo di Cecilia è solo l’apertura alle danze di quella lotta rappresentata dall’attacco ad Umberto I tentato da Giovanni Passannante (Il cuoco anarchico) e riuscito da Gaetano Bresci (Gaetano, più tirata nell’arrangiamento), ma anche della battaglia degli innocenti, tra carcere e processi, de Il brigante Robin Hood (Giuseppe Musolino) e del pensiero ai controversi e passati Anni di piombo. La lezione di De Gregori e De André ha grande rilevanza, tanto da essere omaggiata ne Il ritorno di maddalena e Ho lasciato il tuo amore. Unica scivolata quella di La primavera di Neda, quasi una nota stonata nel quadro generale. Ma che, fortunatamente, non impedisce al lavoro di meritare più di un ascolto. Gustavo Tagliaferri

jules not jude - the miracle foundationJules not JudeThe Miracle Foundation (Urtovox Records)

Dopo l’esordio di tre anni fa, due EP e qualche cambio di line-up, i Jules not Jude rilasciano il secondo disco, cercando di scrollarsi di dosso un po’ di quel britpop classico con cui spesso vengono etichettati. “The Miracle Foundation” si snoda tra disagio (Orphan) e voglia di cambiamento (The Past) , tra echi beatlesiani , pop-rock e psichedelia. L’opener Perfect Pop Song è il tentativo della band di ironizzare su chi pensa che fare musica pop sia facile, facendo da apripista ad altri brani allegri e scanzonati. La seconda parte del disco diventa più intima e sperimentale, segnata dalla malinconica Loons, la psichedelia di Hazel e dalle dolci distorsioni per raccontare un amore ai tempi di WhatsApp (Martha). Tutto scorre con piacere e leggerezza ma nulla colpisce davvero, fatta eccezione per l’ironica Waiting for a Lover when your lover Is Another. Carmelina Casamassa

elias nardi quartet - the tarot albumElias Nardi QuartetThe Tarot Album (Zone di Musica)

I tarocchi, questi sconosciuti. Ad ogni carta corrisponde un particolare, un personaggio, uno stile di vita, stelle e pianeti, tutto alla stregua di un semplice indizio. È l’immaginazione al potere, rappresentata al suono delle corde di un oud, quello di Elias Nardi, da solo ma non solo. Un quartetto, la base ideale per “The Tarot Album“, il passaggio di quel “Giardino” di Niki De Saint Phalle dal visivo all’audiovisivo. Salire gradualmente fino al raggiungimento dello spazio, osservare un odi et amo catulliano dove si danno il cambio maghi ed imperatori, eremiti e diavoli, forza ma anche impiccagione, giustizia ma anche morte, e che vede la sua conclusione nell’innalzamento verso sole, luna e la terra stessa. E da quell’oud, come fosse un mandoloncello, fuoriesce tutta l’Arabia, attraverso sinfonie della disperazione, accenni di jam jazzate marcati dal contributo di basso e pianoforte, ipotetiche rese moderne, in più fasi, di espedienti bachiani (!), cembali trattati come fossero dei minigong. Ascoltare il misticismo di Nardi e della sua band significa questo ed altro, con la consapevolezza che i tarocchi non sono mai stati così godibili. Un Wim Mertens le cui dita sono state posizionate altrove. Gustavo Tagliaferri

wemen - albanian paisley undergroundWemenAlbanian Paisley Underground (Black Candy Records)

L’esordio dei milanesi Wemen porta il nome di “Albanian Paisley Underground”, un disco registrato in presa diretta e un viaggio tra immaginari britannici e statunitensi. Il sound si rifà a quel “paisley underground” con cui s’intende un revival psichedelico californiano degli anni ’80 (mentre “Albanian” è pura autoironia); arricchito da tensioni rock ‘70-‘80 (Young ebenezer) e spunti reggae (Jim & Jam). Non manca l’irruenza punk che troverà “pace” solo nella ballad di chiusura Will be fine: un abbraccio prima di partire per un lungo viaggio. L’eccessivo citazionismo (Let me get out trasuda punk ramonesiano, Coming over me richiama i Clash, richiamo che si esplicita poi con la cover Kingston advice) e la scarsa capacità di persuasione frenano la possibilità di concedere un ulteriore ascolto al disco, nonostante le prime tracce denotino una certa energia. Carmelina Casamassa

quarzomadera - l'impatto - immagine copertina (FILEminimizer)QuarzomaderaL’impatto (Videoradio)

Nel nascituro a contatto con le stelle e prossimo a cadere, come un meteorite, sulla Terra c’è un che di significativo, per nulla lontano da quello che è il senso di questo album. “L’impatto“, guarda caso, quello che porta i Quarzomadera, giunti alla loro terza opera in studio, a farsi tutt’uno con lo spazio circostante, in un cordone ombelicale che coniuga melodie di stampo rock a contaminazioni di vario tipo. E così si possono trovare gli echi della psichedelia 70’s che animano Incanto, una tirata, ma non troppo irruente, Rimedi e speranze, oppure l’acida Ballata dei pregiudizi, oltre che un’ottima prova strumentale come quella di Piccoli scheletri nell’armadio, tanto per farsi un’idea. Ma a venire particolarmente alla luce sono Le cose che non trovi e L’asceta, dal timbro elettrojoyceano, una Spore dove ad un ancora più rilevante contributo da parte del poliedrico Luca Urbani (Soerba) si aggiunge un flauto dalle reminiscenze prog, il suono ultraterreno di Nebula, il duetto tra il leader Davide Sar e la corista Simona Pozzi di Comprendimi e l’inaspettato finale acustico di La soluzione. Aggiungendo come ciliegina sulla torta un artwork firmato Fluon, quello dei Quarzomadera è un bel ritorno sulle scene, da esplorare più e più volte. Gustavo Tagliaferri

varego - blindness of the sunVaregoBlindness of the Sun EP (Argonauta Records)

A un anno dalla pubblicazione dell’album di debutto, “Tumultum“, i genovesi Varego (vocabolo che, nel dialetto ligure, sta ad indicare piante curative e venefiche) pubblicano un EP, “Blindness of the Sun“. Questo nuovo lavoro – uscito in un elegante packaging – potrebbe tranquillamente essere diviso in due parti. Da un lato Hesperian e Secret Untold proseguono il discorso sludge/post-core dell’esordio. The Flight of the I e Of Drowning Star, dall’altro, potrebbero rappresentare invece l’evoluzione del quintetto genovese. La prima inizia lenta, immersa in una atmosfera crepuscolare, con una tromba che rievoca scenari da “Lost Highway” (l’ultima volta che ho accostato Badalamenti e post-core fu per “Thanatology” dei Dead Elephant, per dire) prima di esplodere in un caos sludge; la seconda invece è solenne e vede l’incursione della musa Jarboe, ex Swans, che dona all’interpretazione maggiore profondità. Promosso a pieni voti? Certo che sì. Solo un appunto. Come in tutti gli EP, lo scarso minutaggio lascia l’amaro in bocca. Se ne vorrebbe assaporare ancora, ma non si può. Siamo costretti ad attendere il prossimo album. Ma se queste sono le premesse, possiamo dormire sonni tranquilli (o incubi?). Insomma: Genova continua ad essere un punto di riferimento per la musica metal. E non solo. Marco Gargiulo

a.s.o.b - scivolaA.S.O.B.Scivola (Snowdonia Dischi)

Iter molto movimentato quello che riguarda gli A.S.O.B., sin dal lontano 2002, anno della loro nascita. Cambi di genere, di stile, di line-up, tutti racchiusi in un vortice che sembrava non portare da nessuna parte, ma che finalmente, grazie anche all’appoggio della Snowdonia, vedono la conferma in questo “Scivola“, loro album d’esordio. Un lavoro già dal primo ascolto particolarmente ostico, in quanto avente come proposta base un alternative pop condito dall’assidua presenza di synth con tendenze crossover, che vanno da derivazioni korniane (Lame-nti) e pattoniane (Faith No More per Ingenua, Fantômas per Agorafobia), fino al funk etereo e tenebroso allo stesso tempo (chi ha detto “Venerdì 13”?) di Crystal Lake e all’aggressivo incedere dreamy della title track. Ma sarebbe ingiusto non citare, come ciliegina sulla torta, un rap che va al sodo come quello di Acid One, uno schiaffo in faccia al suono trendy che spopola al giorno d’oggi, rispettivamente presente in Pressione 01 e nella sbilenca La mummia, persino vicina ai Tiromancino degli albori. Malgrado qualche episodio meno incisivo (Anime perse, Anni ’80), non siamo di fronte ad un’involuzione da incendiario a pompiere, ma ad un sogno divenuto finalmente realtà e caratterizzato da soddisfazioni. Benvenuti, ragazzi! Gustavo Tagliaferri

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