VideoVisioni: Fitness Forever – Lui

fitness forever

Generalmente il punto di riferimento nella costruzione di un videoclip è l’immaginario cinematografico e tutto quello che esso porta con sé.  Nel videoclip Lui dei Fitness Forever, invece, il punto di partenza nella costruzione del prodotto è la televisione.

Questa scelta favorisce, più che se si fosse partiti dal cinema, un approccio diverso alla narrazione, più basato sul comico e l’ironico. In più il video, scritto da Giovanni Miele, Paola di Domenico, Alfredo Maddaluno, e diretto da quest’ultimo, sceglie il genere della parodia, applicato a una precisa categoria: quella delle sigle delle serie tv degli anni ’70. Il tutto per raccontare la storia improbabile dell’amore tra una donna e un manichino trovato nell’immondizia.

Dal punto di vista visivo, il principio ludico della storia si esprime fondamentalmente attraverso l’utilizzo multiplo e mescolato di numerosi strumenti visivi, dalla transizione geometrica allo split screen passando per zoom e salti di campo.

Proprio questa scelta però delude un po’ le aspettative principali che si trasmettono nell’incipit. Non solo per la quantità di mezzi espressivi utilizzati, troppo differenti tra di loro, ma anche per l’assenza di un’amalgama che li renda compatibili rispetto all’espressione dell’epoca che si è voluta emulare. Sono molti infatti i “modernismi” che tradiscono la cultura visiva degli autori del video. Tra questi si notano: i jump cut utilizzati per velocizzare un’azione di una scena, scelta tipicamente “youtubbiana”,  l’uso elevato di ottiche larghe usate insolitamente per inquadrature di mezze figure e primi piani, split screen multipli che prima servono a descrivere dei personaggi che conversano al telefono e poi sono usati con logiche “grafiche” tutt’altro che narrative, l’uso della camera a mano nelle scene di “intimità” tra la protagonista e il manichino, tecnica utilizzata nelle serie tv di quell’epoca unicamente nelle scene d’azione.

È chiaro: tutti questi non sono possono definirsi “errori”. È anzi interessante come non si sia scelto di intraprendere pedissequamente la via del citazionismo visivo-linguistico, stile The Artist per intenderci, optando per una più semplice e intuitiva “imitazione dello stile”. Maggiore cura infatti è stata data alla costruzione dei testi i quali, con giochi citazionisti più o meno evidenti, risultano essere l’unica vera discriminante che permette di riconoscere il genere che si è scelto di parodiare.

Al netto di tutto, si può leggere questa soluzione “meticcia”, se di scelta si tratta, come una sorta di tentativo di recupero di un linguaggio vintage, come quello degli anni ’70, che rimane bloccato in forme espressive imbalsamate ma tuttavia affascinanti, che stimolano alla sua “riesumazione” e contaminazione con stili più contemporanei. Obiettivo tra l’altro perfettamente parallelo a quello della storia, che racconta proprio un amore a senso unico tra una donna e un manichino (a rappresentanza del ricordo di un uomo perfetto), che diventa a “senso doppio” solo nel momento in cui il manichino nella sua unica reazione tradisce il sogno romantico di lei, guardando una bella ragazza che corre nel parco. E, ancora, questo parallelismo è riscontrabile anche nel testo che descrive proprio il ricordo di un amore passato, bellissimo, perfetto e incredibile (“Davvero? Sì! Davvero!“) del quale la protagonista ha forte nostalgia e che cerca di rievocare con risultati del tutto negativi.

Nonostante quindi l’intervento della regia risulti spesso un po’ troppo invadente, il racconto si lascia seguire molto bene, la storia strappa più di un sorriso, ed è strutturato su solide dinamiche narrative che evolvono senza perdita di ritmo.

Un buon risultato che si spera possa essere esercizio per lo sviluppo di un’interessante idea di creatività.

a cura di Jacopo Maresca

VideoVisioni: analisi, visioni, impressioni. Critica e recensioni dei videoclip contemporanei.

Suono, scrivo e faccio video. A Milano per studiare il cinema e i nuovi media.

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