Peter Hook and The Light – Atlantico Live, Roma 18/02/2014

peter hook

Peter Hook è stato il bassista di due delle più influenti band degli ultimi 30 anni di musica mondiale: Joy Division e, dopo il suicidio del cantante Ian Curtis, New Order. Basta ascoltare tante delle uscite discografiche dell’ultimo decennio per notare quanta importanza abbiano ricoperto lavori come “Unknown Pleasures” e “Brotherhood” sulle nuove generazioni di musicisti. Se però il ruolo storico ricoperto dai gruppi di Hookie è insindacabile, certamente più criticabile può essere la scelta del bassista inglese di ripresentare interi album del suo passato dal vivo con una nuova band, i The Light, dopo la separazione poco amichevole con gli altri New Order. Un tentativo di garantirsi il pagamento delle bollette? “Probabile” è una risposta eufemistica. Nonostante la discutibilità dell’operazione, assistere ad un live di Peter Hook and The Light rappresenta l’occasione giusta per i nostalgici di ricordare i tempi andati e per i più giovani di ascoltare dal vivo brani pubblicati quando le loro nascite non erano nemmeno lontanamente programmate. Dopo il tributo a “Unknown Pleasures” che ha suscitato critiche tra i fan di lunga data, in questo tour vengono interamente suonati live i primi due dischi dei New Order, “Movement” e “Power, Corruption & Lies”.

Raggiungiamo l’Atlantico pochi minuti prima che il bassista appaia sul grande stage del locale in compagnia dei suoi quattro commilitoni, tra cui suo figlio Jack Bates, anch’egli alle quattro corde. Il parterre non si presenta al completo, ma per rendere omaggio a un pezzo di storia del rock sono venuti in tanti, anche da fuori città, creando una eterogenea cornice di pubblico. Si comincia con un set di mezz’ora intitolato “Slaves of Venus” in cui viene tributato il repertorio dei Joy Division, da DisorderShe’s Lost Control passando per No Love Lost e la conclusiva In a Lonely Place, per un totale di sette brani. Peter Hook indossa una polo nera decisamente stretta che esalta una orgogliosa pancia. Le parti di basso vengono suonate principalmente da suo figlio, mentre Hookie si concentra sulla voce e le sue quattro corde rivestono un ruolo di addendum scenografico, a cui vi si dedica soltanto per enfatizzare i passaggi più tesi dei pezzi o per suonare alcuni riff trainanti. Inizialmente si avverte qualche problema per i volumi di voce e synth, ma con il finire del set la situazione sembra risolversi positivamente.

Abbandonato il palco per chiudere la parentesi dedicata ai Joy Division, i cinque vi fanno ritorno per eseguire integralmente “Movement”, il primo disco dei New Order. I brani vengono riproposti in ordine fedele alla scaletta dell’album, preceduti dall’introduttiva Procession che all’epoca fu pubblicata soltanto come singolo. Le tonalità dark dei Joy Division permangono, ma riascoltando pezzi come Dreams Never EndThe Him è facile riconoscere il preludio dell’evoluzione più elettronica che i New Order avrebbero avuto successivamente. Il pubblico reagisce positivamente e si mostra più coinvolto mentre Peter Hook dà tutto se stesso e percorre l’intero stage in lungo e in largo. È vero, non parliamo dei veri New Order, ma all’ascolto di certi brani non si può restare indifferenti, soprattutto quando si ha di fronte uno dei reduci di uno dei periodi musicalmente più folgoranti della storia d’Albione. Con il set di Power, Corruption and Lies, introdotto dai singoli Everything’s Gone GreenCries and Whispers, i synth giocano definitivamente il ruolo principale sebbene i loro volumi restino in secondo piano rispetto al resto. Gli astanti si lasciano andare alla danza, soprattutto su brani come Your Silent FaceEcstasy. Prima dei bis, dopo quasi due ore di concerto, viene diffusa The Beach, lato B di Blue Monday, il singolo più famoso dei New Order e probabilmente il pezzo più atteso della serata. Al ritorno sul palco, tuttavia, si nota l’assenza del tastierista. Come specificato da Peter Hook, si è sentito male e non ha potuto proseguire il concerto, il che implica: no Blue Monday. Con buona pace di chi aspettava quella canzone, si riprende per quattro tracce conclusive, equamente divise tra i repertori New Order/Joy Division: CeremonyTemptation per i primi, TransmissionShadowplay per i secondi. Nascondere l’emozione è impossibile mentre lo stagionato Hookie, sudato e fiero dopo due ore e mezzo di concerto, si toglie la polo e la lancia ai fan mostrando il petto nudo, eroicamente goffo nelle movenze. Ci si congeda così da un’esibizione lunghissima e coinvolgente che, nonostante qualche fisiologico momento di stanca, ci ha permesso di risentire capolavori immortali della musica, pur sapendo che si aveva di fronte il solo Peter Hook con una sorta di cover band e non i New Order al completo. Per una sera, però, abbiamo deciso di dimenticare le telenovela musicali e concederci all’emozione.

Livio Ghilardi

Foto di Mark McNulty

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