Be Forest – Earthbeat

be forest - earthbeat

be forest - earthbeatSiamo dentro la colonna di un rito sciamanico. Uno strano rito che provoca un aumento delle temperature, per sentire, man mano che si va avanti con le tracce, sempre meno freddo, quel freddo che possedeva il precedente “Cold“, e come se stessero fuggendo da loro stessi, un ghiacciaio che si fa mare via via che ci si allontana dal passato,  i Be Forest si ritrovano adagiati sulle coste di un antica terra, patria di sciamani e animisti, lontani dal nuovo mondo.

È palese la sensazione che le composizioni siano nate sbirciando una comunità che venera un culto antico.

Questo è un viaggio iniziatico dream-pop, e Captured Heart (il primo singolo con una bellissima parte di flauto traverso) non è nient’altro che l’atto dello spalancamento degli occhi e la visione della terraferma.

Un’euforia dai contorni primitivi musica i primi passi sul suolo, il ghiaccio è lontano ma la sensazione di averlo ancora dentro richiede una guarigione, la voce si fa fuoco tenue e il riverbero ossessivo della chitarra è un antidoto.

Il primo beneficio della cura sciamanica è l’accettazione del cambiamento in atto, e il ghiaccio comincia a sciogliersi.

Si entra presto in uno stato di trance. Le tematica dark di certe tracce ricordano i Siouxsie and The Banshees, ma la cura eterea data ai brani leva quell’atmosfera oscura che storpierebbe con lo stato di benessere che si arriva a percepire.  Tutto è calcolato.

Totem II è l’assorbimento totale alla nuova realtà, sicuramente la traccia più suggestiva del lotto, con chiaro il riferimento ai Beach House e alle composizioni auree dei Cocteau Twins.

È facile comunque sentire la presenza delle loro origini sonore -ve n’è traccia in ogni pezzo-, quelle che non si vogliono perdere, neanche quando si è ospiti di una nuova terra. Qua e là riaffiorano le influenze degli 80’s più mainstream (i Cure su tutti), ma anche il relativo revivalismo (Editors). Non manca neppure una visita in territori Slow-core, come qualche traccia rallentata di questo “Heartbeat” fa annusare (Ghost Dance).

Colours è senza dubbio il brano più sperimentale e si impossessa di vari strati di suono nella parte finale, ripercorrendo i sentieri shoegaze, quasi assenti stavolta, o forse un po’ più sotterranei, a differenza di “Cold”. Non è un cambiamento di genere, ma di approccio al genere, rispetto al passato più viscerale. Si può suonare il dream-pop, la new wave, senza per forza apparire glaciali.

La guarigione è avvenuta: Hideway, l’ultima traccia, è un piccolo gioiello con un giro di basso bellissimo, che riesce quasi dare un senso “musicale” al principio sciamanico di raggiungimento dell’equilibrio del rapporto tra uomo e natura.

“Heartbeat” è un lavoro fatto coi fiocchi e con una maggiore messa a fuoco di “Cold”. Tutto sembra essere lineare, ogni pezzo è la giusta prosecuzione del precedente. C’è consapevolezza e controllo in ogni nota, ed è fuori discussione che abbia un tocco internazionale, e quindi esportabile, aiutato anche dalla fama raggiunta da chi ha saputo far rivevere gli anni 80 (XX, Grimes, Interpol).

Ne risulta, alla fine, che la giovane band pesarese (l’ormai famosa scena di Pesaro?) si dimostri come una delle più belle realtà del panorama indipendente italiano, valorizzata al meglio dalla produzione impeccabile targata We Were Never Being Boring.

Damiano Cancedda

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