Essere o non essere: intervista agli Ephel Duath

ephel duath

Quindici anni di carriera sulle spalle e non sentirne neanche uno. Dopo una lunga pausa e un EP pubblicato appena due anni fa, On Death and Cosmos, gli Ephel Duath di Davide Tiso tornano a confermare il loro talento con Hammed by Light, Shaped by Darkness.

Davide, la voce è di uno degli elementi fondamentali di Hemmed by Light, Shaped by Darkness. L’interpretazione di Karyn è ricca di pathos, in alcuni casi quasi drammatica. L’impressione è che abbiate svolto un lavoro particolare su di essa.

La voce di Karyn aumenta vertiginosamente il livello emotivo dei miei brani. Averla al mio fianco significa davvero molto per me e devo dire che non abbiamo faticato molto per adattare la sua voce alle mie parti e al contesto Ephel Duath. A mio modo di vedere, la combinazione tra il timbro vocale di Karyn, così intenso e tagliente, nudo e senza un apparente controllo, bilancia perfettamente le mie meticolose parti di chitarra e le matematiche strutture dei brani: è come se la voce aggiungesse non solo potenza, ma anche cuore, anima, disperazione e fragilità.

La copertina ha un che di escheriano: sembra un labirinto di cui ci conosce la via d’uscita, ma non si ha la forza di percorrerla.

La copertina di Hemmed by Light, Shaped by Darkness è un’opera di Aeron Alfrey di cui ho comprato i diritti per la realizzazione dell’album. Ricordo che rimasi folgorato quando vidi l’immagine per la prima volta: penso che riassuma perfettamente non solo il concept del disco ma la band stessa, per la combinazione di oscurità, dei molteplici dettagli dall’apparente ermetismo e della distorta architettura. Questo è l’artwork di Ephel Duath di cui vado più fiero. Il booklet interno è nato dal talento e dall’immaginazione di Dehn Sora, il grafico che da qualche anno cura l’aspetto visivo della band. È fondamentale per me sapere che ogni mio disco avrà una risposta visiva di altrettanta potenza espressiva quanto la mia musica. Grazie ad Agonia Records sono riuscito a trovare un supporto umano ed economico sufficiente a venire incontro a quasi ogni mia richiesta per quanto riguarda i formati dei miei dischi e sono davvero entusiasta del valore visivo di Hemmed by Light, Shaped by Darkness.

Erik Rutan, oltre a produrre il disco, suona un assolo in Within This Soil, semplice ed emotivo. Nella vostra discografia è raro sentire assoli. È stato naturale incastrarlo nel quadro d’insieme della vostra musica?

Erik Rutan è un grande estimatore di Ephel Duath. Mentre stavamo mixando l’EP On Death and Cosmos mi disse che, in caso fossimo finiti a lavorare ad un intero disco assieme, gli avrebbe fatto piacere suonare un assolo in uno dei miei brani. L’occasione si è presentata. Mentre componevo Hemmed by Light, Shaped by Darkness ho fatto in modo di lasciargli lo spazio necessario per fare un solo di chitarra e ho scelto di collaborare in Within This Soil, uno dei brani più sperimentali del disco. Il riff sul quale Erik ha suonato l’assolo è stato composto appositamente per il nostro duetto. Inizialmente dovevamo fare un lungo fade out, poi in fase di missaggio ho cambiato idea perchè l’assolo era troppo coinvolgente per essere sfumato. Io ed Erik siamo musicisti davvero diversi ma siamo entrambi molto spontanei ed intuitivi. Penso che se avessimo il tempo e il supporto necessario potremmo fare davvero della gran bella musica assieme.

Hemmed by Light, Shaped by Darkness può essere catalogato come un concept? È la prosecuzione dei temi di “On Death and Cosmos”?

Ephel Duath è sempre stata una band dai forti contrasti: dissonanza e melodia, rarefazione e attacco sonoro, colori e oscurità. Il nuovo album spinge questa dualità ancora più a fondo e ho pensato di marcare il titolo stesso con il concetto di opposti. C’è sempre stata la ricerca di oscurità nella mia musica, ma l’oscurità non può essere tale senza il concetto di luce. I miei brani spesso svisano verso introverse parti melodiche solo per creare una tensione superiore, in questo modo il rilascio assume un effetto drammatico ancora maggiore: la leggerezza/luce assume un ruolo importante in Ephel Duath solo perché in diretta funzionalità e simbiotica correlazione con la pesantezza/oscurità. Il mercuriale alternarsi di luce e ombra in questa band è uno degli aspetti forse più fondamentali dei miei brani. I testi del disco non possono essere considerati una prosecuzione dei temi dell’EP On Death and Cosmos. Mentre l’EP è stato scritto in un momento molto difficile per il sottoscritto, in cui stavo cercando di gestire l’impatto disastroso che la morte di un mio caro stava avendo su di me, i testi di Hemmed by Light, Shaped by Darkness sono nati in un momento di grande lucidità. Essi sono riflessioni circa il mio bisogno di trovare risposte nel mio stesso inconscio. Ogni disco che compongo è un’occasione per me di aprire una nuova porta nella mia immaginazione: questa volta la porta è stata divelta. Verso l’interno. Più invecchio e più mi sembra che il mondo che mi circonda assuma meno valore, meno sostanza. Generalmente, mi serve una enorme dose di energia per affrontare il quotidiano e non essere affetto da frequenze negative. Sento che oggigiorno sia per me fondamentale focalizzare la mia attenzione dentro me stesso piuttosto che l’esterno: solo in questo modo posso trovare una sorta di pace. Per molto tempo ho schivato le mie paure, costruito barriere mentali, forzature dell’ego, scappatoie di ogni forma, pur di non accettare la sconfitta, il dissapore, l’errore. Forse è il caso di abbracciarle le proprie paure, tenerle strette ed essere vigili nel proteggerle da noi stessi e dal nostro bisogno di mettere i problemi da parte. Il filo conduttore che lega i pezzi è proprio questa presa di coscienza delle mie stesse debolezze che ho sviscerato nei testi con metafore poetiche spesse volte brutali e sanguinolente. I temi trattati nel disco toccano esperienze metafisiche quali le passeggiate extracorporee, il self-empowerment attraverso l’apertura della mente, il contatto e la comunicazione con gli spiriti, il grounding.

Seconda uscita marchiata Agonia Records. Sembra il preludio a una lunga e soddisfacente collaborazione.

Agonia Records crede moltissimo nella mia musica e sono davvero grato del gran supporto economico ed umano che la label mi sta offrendo. Siamo una delle priorità dell’etichetta, abbiamo totale controllo su ogni cosa che riguarda ED e ogni introito è diviso alla pari tra band e label. Sebbene Agonia non abbia la stessa forza distributiva di Earache, la precedente label di ED, l’investimento economico sulla band è aumentato davvero molto. Oggi dispongo di budget davvero dignitosi per la registrazione dei miei dischi e i formati dei dischi stessi sono di livelli assolutamente superiori al passato. Per esempio, Hemmed by Light, Shaped by Darkness esce in una versione doppio vinile limitata color oro. La versione doppio vinile standard è splatter bianco e nero. Entrambe le versioni sono un gioiello, ne sono davvero fiero. Sarebbe stato impossibile chiedere ad Earache qualcosa di simile, ai loro occhi la band non vende abbastanza per sostenere spese di stampa di questo tipo.

Oltre alla collaborazione stabile di Marco Minnemann, al basso c’è un nuovo arrivo: Bryan Beller (Dethklok, Steve Vai, The Aristocrats). Sulla base di che cosa è stato scelto? Ha pesato, in maniera positiva, il fatto che Minneman lo conoscesse già, musicalmente parlando?

È stato Marco Minnemann a suggerire Bryan Beller al basso per questo nuovo album. Marco e Bryan suonano assieme in vari differenti progetti e hanno davvero un grande affiatamento. Considerando la natura molto avventurosa dei nuovi brani, volevo un basso più ritmico rispetto a quello dell’EP On Death and Cosmos. Le chitarre sono lo strumento su cui ho voluto basare il nuovo album. Spesso e volentieri ci sono riff che sono composti da tre, quattro, cinque linee differenti di chitarra e sentivo che mi servisse un basso che facesse da colla tra chitarra e batteria piuttosto che un basso che aggiungesse un’ulteriore disegno armonico e ritmico al tutto. Trovo che il lavoro fatto da Bryan Beller sia esattamente ciò di cui quest’album aveva bisogno. Steve di Giorgio che ha suonato su On Death and Cosmos e Bryan Beller sono due bassisti eccezionali e davvero differenti. Il primo è quasi un solista del basso, il secondo è solido, quadrato, dal tocco più jazz-rock. Mi reputo davvero fortunato ad avere musicisti di tale calibro al mio fianco.

Rapporto con l’Italia.

A volte mi manca. Sono ormai otto anni che vivo all’estero, ho passato tre anni in Francia e cinque negli Stati Uniti. Per i primi anni non ne volevo proprio sapere dell’Italia, avevo bisogno di staccare, ne ero un po’ disgustato. Ora invece penso di aver ritrovato un discreto rapporto con essa. La cosa mi fa piacere. Penso che l’Italia sia un posto favoloso dove nascere, crescere, vivere. Ciò che non ho mai gradito granché è l’attitudine di molti degli italiani con cui ho avuto a che fare, specialmente nel nord-est. Quando vivevo in Italia sentivo un grande senso di sconfitta e apatia nei miei coetanei. Trovavo che molti della mia stessa generazione passassero più tempo a lamentarsi piuttosto che fare qualcosa per cambiare la propria situazione. La risposta non è necessariamente andarsene come ho fatto io. La risposta sta forse nel trovare la voglia e le palle di provare a fare qualcosa usando le risorse a propria disposizione. Ci sono campi quali la ricerca medica o il software development che a quanto mi sembra di capire spingono molti giovani a doversi trasferire all’estero per trovare un qualsiasi tipo di sbocco e supporto appropriato. Allo stesso tempo ci sono molti altri campi, come l’arte o la musica, che non comportano altro che sacrificio e voglia di mettersi in gioco per raggiungere risultati tangibili. Da quando vivo all’estero ho avuto le stesse opportunità musicali che avrei avuto restando in Italia. Sfatiamolo questo mito che tutto va male in Italia e che si sta bene solo all’estero. Conosco italiani che stanno all’estero e che vivono davvero in pessime condizioni pur di non tornarsene in Italia. Non so se ne valga la pena. Io vivo a San Francisco. È una città fantastica e dall’apertura mentale davvero contagiosa. Mi piace davvero molto vivere qui: è solo e semplicemente per questo che per il momento non ritorno in Italia.

Dopo ben cinque anni d’assenza dai palchi, hai annunciato che porterai gli Ephel Duath in Europa nel 2014.

Sto preparando qualcosa di davvero speciale sul fronte live che sono convinto farà piacere a molti dei nostri supporter. Spero che tutto andrà in porto, annunceremo il tutto a breve.

In passato hai dichiarato che “Ephel Duath è una band underground e lì resterà”. Sempre convinto di questa scelta?

Non è una scelta, è una constatazione. La mia band fa parte dell’underground perchè non può fare altrimenti. Sebbene io consideri ED una band che ha tutte le carte in regola per raggiungere un pubblico più numeroso, sembra che la realtà dei fatti sia differente. Questo è un peso con cui io ho a che fare ogni giorno e con cui solo recentemente ho imparato ad avere a che fare. Sono orgoglioso del valore di ED e dell’intransigenza di tutto quanto proposto dalla band fino ad oggi, allo stesso tempo la mia ambizione è sempre stata vorace e speravo che la band dopo quindici anni di carriera sarebbe riuscita a raggiungere risultati più importanti. Solo da qualche anno a questa parte sono riuscito a guardare la carriera della band da un altro punto di vista, direi con più gratitudine e compassione. Quando avevo diciassette anni decisi di puntare sulla musica come mio unico accettabile futuro. In molti fanno scelte simili a quell’età, io però sono rimasto ancorato a quell’idea più a lungo di molti, molti altri. Considerando quanto è cambiato il mercato musicale negli ultimi anni direi che la mia è stata una scelta quasi suicida. Oggi, dopo che “il mio unico accettabile futuro” è divenuto una tangibile utopia, una chimera, non mi resta null’altro da fare che trovare un piano B di qualche tipo e, francamente, sto facendo un po’ di fatica ad adattarmi all’idea.

Marco Gargiulo

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