VideoVisioni: IlVocifero – Lucyd

ilvocifero

Inquadratura fissa, piano americano, sfondo nero, un uomo e una donna in pigiama si abbracciano rimanendo frontali alla camera, guardano in macchina, entrambi poggiano uno la testa sull’altro.

Di norma la prima immagine in un film è quella che stabilisce il cosiddetto “patto narrativo” tra storia e spettatore, che altro non è che una “dichiarazione di intenti” che la storia promette di mantenere/esaudire dall’inizio alla fine. La prima immagine del video di Lucyd de Il Vocifero  è costruita esattamente per essere la chiave di lettura perfetta per l’interpretazione dell’intero video.

L’elemento centrale nella struttura di questo videoclip è fondamentalmente l’eliminazione del limite tra la dimensione di ciò che si vede e la dimensione di ciò che si sente. Ovvero: la percezione sensoriale che la musica può comunicare ascoltandola senza guardare il video, non manca soltanto della corrispondenza con ciò che accade nel video, ma anzi questa corrispondenza viene volutamente alterata e modificata al fine di creare effetti stranianti molto particolari.

Si riescono a distinguere tre interventi di “distruzione” del limite tra i due livelli percettivi menzionati.

Il primo si ha sul piano degli ambienti. Questi sono nel complesso due: un set classico in una camera da letto (in cui due corpi abbracciati sembrano immobilizzati da un atto sessuale compiuto o, per meglio dire, che si sta compiendo) che viene “narrativizzato”  da un contesto “astratto”, nel quale i due personaggi si dimenano, ballano, urlano le parole della canzone a volte scambiandosi le parti a volte sussurrandole, si toccano, si abbracciano, vengono “sezionati” dai dettagli e dai primi piani montati tra di loro in una sequenza sempre più frenetica. Il tutto quasi a sottolineare come il contesto astratto rappresenti metaforicamente proprio l’esplosiva dinamica di quell’atto sessuale mostrato, ma allo stesso tempo bloccato, nella realtà della camera da letto.  Su questo piano, un ruolo importante lo hanno anche gli sfondi, i quali vengono introdotti contemporaneamente nell’istante in cui la luce assume colori multipli. In questo stesso momento le parti cantate assumono un tono quasi parlato e le inquadrature, che diventano sempre più dinamiche, si stringono sulle espressioni dei personaggi il cui labiale segue a tratti la parte vocale. Il tutto crea un effetto delirante ed esplosivo che pare suggerire quasi che quelle parole siano una sorta di voci dell’inconscio, che vengono allo stesso tempo subìte e riflettute consapevolmente da quegli stessi personaggi in un vortice che le trasforma ora in dialoghi ora in monologhi. Sensazione favorita anche dallo stile di scrittura del testo che segue proprio questo principio di “flusso di coscienza” intorno al tema dell’amore, della morte, della mancanza.

Il secondo impianto distruttivo si ha sul livello della luce. Le fonti luminose sembrano avere una “vita propria” all’interno dell’ambiente che illuminano. Si muovono liberamente e con frequenza costante, mescolando colori e modificando silhouette dei corpi, facendole sembrare perennemente in movimento, seppure in alcuni casi rimangano ferme.

Il terzo intervento distruttivo si ha sul piano della velocità. C’è una breve sequenza a metà video in cui i due personaggi, vestiti di bianco e inquadrati in campo medio su sfondo nero, danzano in rallenti. Il principio di “azioni reali rese virtualmente lente” è presente solo in quella sequenza, eppure la sensazione di velocità modificata è una costante dall’inizio alla fine del videoclip. Tale concetto sembra essere più un effetto che una causa, ma proprio questo effetto di percezione scatenato dai fattori precedenti è a sua volta genesi di senso e di valore. Il grande risultato di ciò mostra come la regia di Fabio Capalbo e la fotografia di Nicola Cattani siano state capaci di rispettare la velocità della realtà delle azioni, riuscendo a modificarne la velocità percepita senza tuttavia alternarne il tempo.

Insomma, l’intera operazione non solo è ben riuscita ma oltretutto molto raffinata e complessa. Le intenzioni, miste alla consapevolezza del mezzo utilizzato per esprimerle, ha reso un risultato davvero positivo, che è riuscito a mescolare con intelligenza videoarte e narrazione canonica.

Inquadratura fissa, mezza figura, camera da letto, un uomo e una donna nudi si abbracciano stesi sul letto, lei è dietro di lui, lui ha gli occhi chiusi, lei guarda nel vuoto, entrambi poggiano uno la testa sull’altro

È il finale che fa il film” confessa Robert McKee’s ne “Il ladro di orchidee”. E l’ultima immagine del video di Lucyd è la chiusura perfetta per un ottimo videoclip.

a cura di Jacopo Maresca

VideoVisioni: analisi, visioni, impressioni. Critica e recensioni dei videoclip contemporanei.

Suono, scrivo e faccio video. A Milano per studiare il cinema e i nuovi media.

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